Il populismo torna in mezzo a noi
di Maurizio MolinariA tre settimane dal voto, possono esserci pochi dubbi sul fatto che la campagna elettorale ha già fatto emergere un dato indiscutibile: l'onda di protesta populista che segnò le elezioni del 2018 ha cambiato colore ma è ancora fra noi. Le indicazioni in proposito sono molteplici. Allora la protesta premiò il Movimento Cinque Stelle e, in misura minore, la Lega che cavalcarono rispettivamente i temi della lotta a povertà-corruzione e l'emergenza migranti. Oggi la protesta premia invece soprattutto Fratelli d'Italia che si concentra sul contrasto fra il popolo e le élite, l'identificazione degli avversari politici con "il potere", l'esaltazione della nazione come "patria", dell'identità "cristiana" della sua leader e della famiglia tradizionale, fino ad immaginare cimiteri per i feti abortiti. Sembra poi esserci, sondaggi alla mano, anche un ritorno - benché contenuto - di popolarità dei Cinquestelle, che si distinguono per le aspre critiche all'operato del governo Draghi sui temi sociali. Insomma, l'agenda della protesta anti-establishment ha un evidente elemento di novità - la sostituzione nel ruolo di leadership dei grillini con Fratelli d'Italia - e anche un più debole elemento di continuità con la sopravvivenza del fattore-Cinquestelle. Se poi aggiungiamo che la Lega di Matteo Salvini, pur molto indebolita rispetto a cinque anni fa, continua ad attestarsi sopra il 10 per cento, cavalcando oggi come allora la protesta anti-migranti, è possibile arrivare a dedurre che il composito fronte populista italiano si avvicina al 50 per cento dei votanti. Un dato non troppo distante da quello di cinque anni fa. Ed è una constatazione che colpisce perché il risultato del 2018 ha portato al Parlamento più instabile della Storia repubblicana - con il record dei cambi di casacca fra i parlamentari - e generato un'instabilità talmente seria, nei governi Conte I e Conte II, da obbligare il presidente Sergio Mattarella ad affidare nel 2021 a Mario Draghi la guida di Palazzo Chigi. Per non parlare dell'emergenza pandemia che ha attestato l'assoluta necessità di istituzioni più efficienti e solide, e non deboli e delegittimate come il populismo denuncia. Ci troviamo dunque di fronte ad un elettorato che esprime, in maniera inequivocabile, una vasta e radicata protesta sociale, contro istituzioni e partiti tradizionali. I colori della protesta sono diversi - i Cinquestelle erano più vicini alla sinistra così come oggi Fratelli di Italia è di destra - ma il disagio è lo stesso, investe il ceto medio e le famiglie consentendo di dedurre che non lo hanno intaccato né il reddito di cittadinanza, né la quota cento per le pensioni, entrambe varate durante il Conte I, né tantomeno gli ingenti aiuti approvati dal governo Draghi. La cartina tornasole di questo disagio è descritta da quanto sta avvenendo sul terreno della campagna elettorale: dalla Basilicata, dove ai comizi di Giorgia Meloni vanno molti ex elettori dei Cinquestelle, alla periferia a Nord di Torino dove l'ex sindaca grillina Chiara Appendino ha una vera e propria roccaforte ma deve vedersela con l'agguerrita competizione dei fan di Fratelli d'Italia. Ecco perché si impone l'interrogativo sul motivo per cui, a cinque anni di distanza, il disagio nel nostro Paese sia pressoché intatto, presentandosi solo con colori politici differenti. Si tratta di una sconfitta collettiva: dei governi che hanno tentato di aggredirlo, dei partiti tradizionali che non hanno trovato risposte adeguate ed anche degli stessi partiti della protesta, che pur assecondandola non sono finora riusciti a gestirla, rappresentarla in forma stabile. La risposta a tali e tanti fallimenti forse sta nella vastità "dell'emergenza sociale" di cui ha parlato il capo dello Stato, Sergio Mattarella, nel suo discorso al Parlamento per l'inizio del secondo settennato. L'Italia è in effetti un Paese dove le diseguaglianze aumentano fra ricchi e poveri, fra giovani e anziani, fra donne e uomini, fra chi riesce a studiare e chi non può farlo per scelta o necessità, fra chi può comprarsi ogni mese i farmaci indispensabili e chi invece non ha entrate sufficienti neanche per tale bisogno, fra chi vive in città e chi in periferia, fra chi ha accesso alla banda larga e chi invece non ce l'ha, fra chi vive in località collegate dall'Alta velocità e chi invece è costretto ancora a spostarsi su vetusti vagoni regionali che impiegano molte ore per percorrere distanze assai brevi. È questo tessuto di precarietà economica e sociale che dal 2016 tiene banco facendo dell'Italia il laboratorio del populismo nell'Europa continentale: il governo Renzi non lo volle riconoscere ed affrontare, il governo Gentiloni si limitò a comprenderlo, i governi Conte non lo hanno intaccato e neanche l'esecutivo di Draghi è riuscito a ridimensionarlo. Con il risultato di far riemergere la protesta populista, come se fosse un fiume carsico, questa volta a favore di Giorgia Meloni ovvero l'unica leader politica schieratasi contro Draghi negli ultimi 18 mesi nonché alla guida di una forza d'opposizione nelle ultime due legislature. Da qui il monito ai partiti in lizza nella campagna elettorale ed a chiunque sarà il nuovo presidente del Consiglio: senza affrontare in maniera strategica le diseguaglianze l'onda della protesta continuerà a crescere, e con lei il populismo, perché è talmente estesa e profonda da non consentire a nessuno di poterla fare sua. Sul piano teorico la risposta alle diseguaglianze - come i democratici americani di Barack Obama, Hillary Clinton e Joe Biden affermano da almeno dieci anni - è la giustizia economica, ma la difficoltà sta nel trasformare tale formula in provvedimenti concreti, capaci di portare beneficio e garantire protezione al ceto medio sui due terreni più centrali per ogni famiglia: lavoro e salute. Più tali risposte tarderanno, più l'onda populista si rafforzerà fra noi: minacciando dal di dentro le istituzioni della democrazia rappresentativa a unico vantaggio delle autocrazie che ci sfidano da fuori, godendosi l'amaro spettacolo.