Il podcast di Molinari

di Maurizio Molinari

L’Italia, il mondo. La nostra vita. I commenti di Maurizio Molinari. Anche in versione podcast

Proteggere il clima per battere i populismi

Ad una settimana dal voto politico le bombe d'acqua sulle Marche ci ricordano che la protezione dell'ambiente è la più urgente necessità del nostro Paese, sebbene i partiti protagonisti della campagna elettorale stiano dimostrando di considerare i temi "verdi" di assai scarso interesse.
Lo tsunami dal cielo che si è rovesciato sulle Marche ha provocato vittime e gravi danni a causa della sovrapposizione fra tre fattori. Primo: il surriscaldamento del clima che ha fatto aumentare la temperatura dell'Adriatico rendendo possibile l'insolito fenomeno delle nuvole che si "ricaricano" di pioggia dalle acque marine per poi scaricarla a terra con violenza, ovvero con una dinamica non troppo diversa da quella degli uragani nelle zone tropicali. Secondo: gli errori delle autorità locali che dopo aver vissuto nel 2014 un disastro assai simile hanno avuto a disposizione circa 18 miliardi di euro per proteggere la popolazione ma non sono neanche riusciti a spenderli. Terzo: gli errori compiuti prima del 2014 da chi volle cambiare il corso del fiume Misa stravolgendo l'assetto di un territorio che invece, per la seconda volta in 8 anni, dimostra di non volersi adattare ai desideri umani.

Ovvero, in questo angolo di Italia gli errori commessi dalle amministrazioni locali si sono sommati ai ritardi della politica nazionale nell'affrontare l'impatto dei cambiamenti climatici. È una miscela spietata che da inizio luglio abbiamo visto ripetersi prima con il crollo del seracco sulla Marmolada - generato dallo scioglimento accelerato dei ghiacciai alpini denunciato da tempo da più enti protezionistici locali - e poi con il fiume di fango che ha invaso l'isola di Stromboli, dove gli abitanti avevano da tempo ammonito sui rischi innescati da un precedente incendio causato da una improvvida troupe televisiva.

Tre disastri ambientali in poco più di 60 giorni suggeriscono i pericoli che incombono su tutti noi a causa della sovrapposizione fra cambiamenti climatici, errori umani e cattiva amministrazione del territorio. Per non parlare della siccità che ha colpito la Pianura Padana prosciugando le acque del Po e causando un domino di gravi conseguenze negative per gli agricoltori e le loro famiglie, nella quasi indifferenza generale di leader e partiti che si sfidano con l'ambizione di conquistare la guida del Paese.

Se a ciò aggiungiamo che, sondaggi alla mano, le nuove generazioni di elettori - a cominciare da chi vota per la prima volta - ha l'ambiente come prima priorità è legittimo chiedersi perché le forze politiche siano in evidente ritardo rispetto al messaggio inviato dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, al recente Meeting di Rimini nel quale affermava che "la sfida più grande della contemporaneità è la salvezza del Pianeta dallo sfruttamento di cui l'uomo stesso si è reso responsabile". C'è un'Italia che si sente in sintonia con queste parole ed è rappresentata dagli oltre 200 mila cittadini che hanno sottoscritto sul nostro "Green and Blue" la petizione di cinque climatologi alle forze politiche affinché ascoltino tale richiesta.

Il ritardo della politica nazionale rispetto ai disastri naturali che si susseguono, alle istanze dei giovani che crescono ed alle parole di Mattarella che incalzano nasce dalla carenza di volontà di considerare la "protezione climatica" non come uno dei tanti temi di un'agenda di governo ma come la spina dorsale di una rinnovata gestione dello Stato, a livello tanto centrale che periferico.

Per poter arrivare a garantire la protezione climatica a tutti i cittadini della Repubblica bisogna infatti ridisegnare attorno a questo imperativo alcuni dei maggiori capitoli di attività dello Stato: dalla ricostruzione delle infrastrutture fatiscenti - strade, ponti e ferrovie - nelle zone più a rischio alla creazione di nuove aree di sicurezza per le popolazioni che vivono a ridosso del mare o di corsi d'acqua; dall'inserimento dell'educazione al clima nei curricula scolastici, come già avviene in molte scuole della California, all'aggiornamento di codici e leggi territoriali che oggi ostacolano l'opera di quei sindaci che sarebbero pronti a prendere l'iniziativa e farsi condannare dal Tar regionale pur di affrettarsi a intervenire sui letti di fogliame che devono rimuovere in fretta per scongiurare le inondazioni.

Non si tratta dunque solo di sostenere l'Agenda "Green" della Commissione Ue sul taglio delle emissioni nocive, di perfezionare la transizione ecologica italiana ed europea, di investire sullo sviluppo delle energie rinnovabili, di spingere Cina e India a porre fine alle resistenze nel G20 e di studiare il pacchetto record del presidente Usa Joe Biden per 370 miliardi di dollari di misure "Green". Ciò che più manca è la presa di responsabilità da parte dei leader di maggioranza e opposizione - quali che siano i loro colori dopo il voto - che è la protezione del clima il tema più cruciale per garantire la sicurezza dei cittadini e dunque le loro possibilità di lavoro, sviluppo e crescita.

In ultima istanza, è la democrazia rappresentativa che può trovare nella risposta alla sfida dei cambiamenti climatici un terreno sul quale riguadagnare credibilità ed energia a dispetto di quei leader e movimenti populisti che invece cavalcano la protesta figlia dell'insicurezza all'unico fine di indebolire le istituzioni repubblicane. Ecco perché non è un caso che ovunque il fronte anti-populista ha saputo fare propria la battaglia per i diritti del clima - dall'Olanda all'Austria fino alla Germania ed all'America di Biden - è riuscito a far battere in ritirata i sovranisti.

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  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/il-podcast-di-molinari/2022/09/17/audio/proteggere_il_clima_per_battere_i_populismi-423102439/

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