Il podcast di Molinari

di Maurizio Molinari

L’Italia, il mondo. La nostra vita. I commenti di Maurizio Molinari. Anche in versione podcast

Meloni nella trappola del tribalismo politico

Nell'Italia laboratorio del populismo europeo le aspre polemiche sul caso Cospito hanno portato sul palcoscenico una caratteristica del nostro sovranismo: un patto di fedeltà talmente stretto di Giorgia Meloni, presidente del Consiglio e leader di Fratelli d'Italia, con i suoi principali collaboratori da evocare la trappola del tribalismo. L'Italia è il laboratorio del populismo europeo dal marzo 2018, quando il voto di protesta contro impoverimento, migranti e corruzione portò all'elezione di un Parlamento con una maggioranza di eletti dei Cinquestelle, populisti di sinistra, e della Lega, populisti di destra. Nelle più recenti elezioni del settembre 2022 la perdita di consensi dei Cinquestelle ha portato a coagulare attorno a Fratelli d'Italia gran parte del voto popolare anti-governo, con il risultato di far nascere l'esecutivo più a destra della storia repubblicana con la partecipazione determinante della Lega, oltre che di Forza Italia. Nel linguaggio politico adoperato dalla maggioranza nei primi cento giorni di governo il tema del sovranismo è stato centrale, declinato nelle maniere più differenti - dai migranti all'economia fino agli accordi energetici - sostituendo spesso e volentieri il riferimento all'europeismo ovvero alla necessità di operare in un quadro comune Ue, d'intesa con i partner comunitari, attraverso compromessi. L'idea di rimpiazzare l'europeismo con il sovranismo, riportando progressivamente il focus dell'azione politica dalla necessità di negoziati a Bruxelles all'esaltazione degli interessi delle capitali nazionali, nasce con i governi ultraconservatori di Varsavia e Budapest, ha nella formazione del gruppo di Visegrad il suo primo frutto politico, trova nella Brexit una vittoria lampante e continua a germogliare in più angoli del Vecchio Continente, da Roma e Stoccolma, dove prevale l'istinto popolare di "tornare alle radici, alle identità originarie" frutto del "rigetto della globalizzazione" e delle sue ferite, come ha spiegato Bernard Guetta nel suo libro-reportage I sovranisti (add editore). Quando la premier italiana afferma di voler agire in contrapposizione al "sovranismo europeo" riassume nella maniera più lineare questa visione molto identitaria. Ed è la stessa esaltazione della propria "identità" che porta, in chiave interna, Meloni a far prevalere sempre e comunque il legame originario con i fondatori di Fratelli d'Italia, portatori dei valori dell'ex Msi. Ciò che più colpisce delle vivaci polemiche sui temi della Giustizia è infatti la forte determinazione con cui Meloni difende a spada tratta i suoi fedelissimi - il deputato e vicepresidente del Copasir Giovanni Donzelli e il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro - senza rinnegare o scusarsi per l'equiparazione ingiuriosa, fatta in aula, fra opposizione e anarchici-mafiosi. Arrivando ad esprimere rabbia e risentimento nei confronti del centrosinistra per "la nostra esclusione durata oltre 50 anni dall'arco costituzionale" - secondo quanto riferito da un diretto testimone, suo alleato politico - con l'evidente intento di sfruttare la bagarre su Cospito per arrivare a legittimare l'intera eredità politica del Msi di Giorgio Almirante. È questa ostentata fedeltà alle radici identitarie dell'estrema destra italiana che spiega l'opposizione di Meloni a togliere la fiamma postfascista dal simbolo di Fratelli d'Italia e aiuta a comprendere meglio la sua scelta di non ricordare in alcun modo il centenario della marcia su Roma, genesi della dittatura fascista. Sono tutti elementi di un legame tribale con la base politica del suo partito e con la ristretta cerchia di collaboratori che la affianca. Un legame a cui i sovranisti attribuiscono la forza politica di Meloni, nella convinzione che possa giovarle nel rapporto con l'elettorato: per risollevarsi nei sondaggi dopo il calo subito a causa dei prezzi della benzina, per vincere nettamente le regionali in Lazio e Lombardia, e per continuare a cavalcare - contro il nemico delle sinistre - l'onda di protesta politica che l'ha catapultata a Palazzo Chigi. Ma in realtà il tribalismo può rivelarsi per lei la più pericolosa delle trappole. Perché è un approccio che ostacola la volontà, da lei stessa espressa nel discorso di insediamento in Parlamento, di diventare "il premier di tutti gli italiani" in quanto ciò implica essere inclusivi verso altre culture politiche, verso le opinioni più distanti ed anche verso gli avversari più determinati. E ancora: il tribalismo può creare fratture in una maggioranza dove ci sono anche esponenti di una destra liberale, moderata e antifascista che non ha nulla a che vedere con gli ex-missini o con i nostalgici della Repubblica sociale italiana; può ostacolare il cammino di riforme parlamentari di alto profilo condivise con l'opposizione; può rendere impossibile il suo percorso verso un'alleanza di ampio respiro fra conservatori e popolari in occasione delle Europee del 2024. Ecco perché le polemiche sul caso Donzelli-Delmastro - dalla divulgazione di documenti riservati alle offese all'opposizione - sono per la premier un importante campanello d'allarme: il tribalismo politico che le infonde momentanea sicurezza in realtà rischia di imprigionarla nel passato.

L'ascolto è riservato agli abbonati premium

  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/il-podcast-di-molinari/2023/02/04/audio/meloni_nella_trappola_del_tribalismo_politico-423102443/

Gli altri contenuti della rubrica - Il podcast di Molinari