L’ambiguità sul Pnrr allontana l’Italia dalla Ue
di Maurizio MolinariLe crescenti tensioni e incomprensioni fra Roma e Bruxelles sul “Piano nazionale di ripresa e resilienza” pongono seri interrogativi sull’adesione del governo Meloni al “Next Generation Eu”, il programma di 750 miliardi di euro varato dall’Unione Europea per consentire ai Paesi membri colpiti dalla pandemia Covid-19 di risollevarsi puntando su sei missioni — digitalizzazione, transizione ecologica, mobilità sostenibile, istruzione, inclusione e salute — per tornare protagonisti della sfida per la crescita globale.
L’accordo sul “Pnrr” risale agli ultimi mesi del governo Conte II quando in considerazione dei pesanti danni causati dal Covid-19, al nostro Paese vennero assegnati 191,5 miliardi di euro di cui 70 miliardi in sovvenzioni a fondo perduto e 121 miliardi in prestiti. La fetta più grande del “Next Generation Eu” comunitario. Fu poi il governo Draghi a definire assieme alla Commissione Ue i 150 progetti da realizzare nell’ambito delle 6 missioni, concordando anche un cronoprogramma sulla base del quale Bruxelles eroga delle tranches semestrali di fondi all’Italia in considerazione dello stadio di avanzamento dei singoli progetti. Di queste tranches Ue ne abbiamo ricevute già due — della terza abbiamo ricevuto solo l’anticipo — ma ora si rischia un corto circuito perché mentre la Commissione Ue il 3 marzo scorso ha chiesto agli Stati membri di presentare entro il 30 aprile le modifiche e i progetti per ulteriori 2,7 miliardi del “RepowerEu” — il fondo sull’energia creato per fronteggiare l’impatto della guerra in Ucraina — l’Italia non ha intenzione di farlo prima del 31 agosto, termine legale ultimo consentito dal regolamento.
Dietro il disaccordo sulle date c’è qualcosa di più profondo. Bruxelles infatti resta fedele all’impostazione dell’accordo fatto con Draghi e si attende da Roma modifiche minime ai progetti concordati — in maniera analoga a quanto già fatto da Germania, Francia, Finlandia e Lussemburgo nei rispettivi piani — mentre il governo Meloni ha affidato al ministro Raffaele Fitto una vasta ed ambiziosa, ma ancora assai vaga, revisione dell’intero “Pnrr” al fine di cessare tutti quei progetti che, per assenza di risorse e lentezze burocratiche, non saremo in grado di completare. Quando alcuni giorni fa proprio Fitto si è recato a Bruxelles, con i suoi più stretti collaboratori, per incontrare la Commissione Ue il risultato è stato una sorta di dialogo fra sordi perché mentre la task force europea si aspettava un briefing dettagliato sulle difficoltà dei singoli progetti da rivedere, si è trovata davanti un approccio politico tanto nuovo quanto oscuro, privo dell’urgenza di fare che distingueva il governo Draghi. E soprattutto privo di trasparenza: non è infatti chiaro, né agli italiani né alla Commissione Ue, quali progetti il governo Meloni voglia rivedere, cambiare o cancellare.
A rendere ulteriormente complesso il dialogo Roma-Bruxelles è la nuova governance del “Pnrr” che la Meloni ha voluto: togliendo ogni competenza al Mef per assegnarla al team di Fitto, presso Palazzo Chigi, con il risultato di escludere dalla gestione i tecnici del Tesoro che, per esperienza e qualità, ed anche per quantità, sono i migliori di cui dispone il nostro Paese.
Il risultato è che, per la prima volta dall’approvazione del “Pnrr” da parte del Parlamento nel 2021, a Bruxelles serpeggia il timore che l’Italia si stia de facto allontanando da “Next Generation Eu”. E poiché siamo il Paese che riceve la maggioranza dei fondi previsti ciò minaccia conseguenze su più fronti. I funzionari della Commissione Ue hanno dubbi sui progetti che verranno portati avanti, i vertici della Commissione Ue temono che i Paesi del Nord — da sempre scettici sull’intero programma — tornino a farsi sentire, e dagli ambienti della Bce trapela il sospetto che dietro la poca trasparenza italiana ci sia una non condivisione da parte del governo Meloni del progetto economico di medio-lungo termine di rilanciare lo sviluppo Ue puntando su innovazione tecnologica e transizione green, inclusione e istruzione. E poiché nel 2024 ci saranno le elezioni europee fra le cancellerie di Berlino, Parigi e Madrid rimbalza l’interrogativo se la freddezza di Meloni sul “Next Generation Eu” sia l’antipasto di un approccio euroscettico che punta a rafforzare gli Stati nazionali ai danni dell’Unione.
Ecco perché la disputa sulla data entro cui presentare le modifiche al “Pnrr” italiano è assai più che un disaccordo sui tempi del programma di lavoro: il fantasma che si aggira per l’Europa è quello di un’Italia talmente avvitata su se stessa da aver perso l’orizzonte comune europeo grazie al quale la Ue seppe uscire dalla pandemia dandosi un modello di crescita e sviluppo per competere sul palcoscenico globale con gli Stati Uniti e la Cina.
Questo spiega perché quando alcuni componenti del governo Meloni non dicono concretamente cosa vogliono cambiare del “Pnrr” o quando Palazzo Chigi non risponde alle richieste dei sindaci di accelerare l’invio delle risorse necessarie a livello locale, il risultato è un indebolimento del profilo europeo complessivo del nostro Paese. Con l’aggravante di essere troppo spesso accompagnato da gesti, comportamenti e dichiarazioni di esponenti della maggioranza di destra che anziché guardare alla necessità di rafforzare la costruzione europea per affrontare le sfide del XXI secolo preferiscono guardare all’indietro per ripescare dal buio più oscuro del Novecento parole, teorie e valori inesorabilmente sconfitti dalla Storia.