Clima e sicurezza nazionale
di Maurizio MolinariL’alluvione che ha colpito il Nord dell’Emilia-Romagna è la più grave avvenuta in Italia negli ultimi cento anni e segue gli sconvolgimenti record dell’anno 2022, durante il quale sono state registrate nel nostro Paese le temperature più alte di sempre con conseguenti almeno 130 episodi di clima estremo: dalle frane di Ischia alle piogge torrenziali nelle Marche, dalla valanga di ghiaccio sulle Alpi alla siccità lungo il corso del Po peggiore degli ultimi 70 anni. Ciò significa che i cambiamenti climatici da tempo in atto altrove nel Pianeta stanno aggredendo l’Italia che, per la sua posizione geografica nel mezzo del Mediterraneo e per le caratteristiche del suo territorio, diventa il teatro di trasformazioni brutali che mettono a rischio la sicurezza e la prosperità di milioni di abitanti. Le 29 vittime che i cambiamenti climatici hanno causato nel 2022 e le almeno 14 finora recuperate nel Nord dell’Emilia Romagna sono dunque un campanello d’allarme per tutti.
Per l’Agenzia Onu sull’Ambiente si tratta di una delle conseguenze del fatto che “la regione del Mediterraneo si sta surriscaldando ad una velocità del 20 per cento superiore a quella globale” con il risultato di “esporre le zone costiere a rischi di disastri, dalle alluvioni alle erosioni, oltre alla salinizzazione dei delta dei fiumi e delle falde acquifere che sostengono la sicurezza alimentare e la vita delle comunità sui territori”. Ovvero, nel “Mare fra i Continenti” dove si affacciano Stati che sommano almeno 510 milioni di abitanti siamo nella necessità di agire in fretta per proteggere noi e i nostri figli.
L’entità e la velocità con cui tali cambiamenti ci stanno aggredendo devono essere affrontati dal nostro Paese come una vera e propria emergenza nazionale, seguendo l’esempio di quanto venne fatto per fronteggiare la pandemia Covid-19. In quell’occasione la sicurezza collettiva venne messa in pericolo da un nemico invisibile che minacciava le nostre vite aggredendo la salute, ora il nemico invece non potrebbe essere più visibile ma le nostre esistenze quotidiane sono egualmente in pericolo. Basta guardare l’area geografica delle zone colpite per rendersi conto che gli almeno 21 fiumi esondati, 37 comuni allagati e 20 mila cittadini evacuati sono il frutto della ripetizione a breve distanza — il 2 e 17 maggio — di precipitazioni record su uno stesso insieme di località. L’eccezionalità dell’attacco subito è nella dimostrazione che un evento climatico senza precedenti si ripete con estrema facilità.
Da qui l’emergenza e la necessità, da parte del governo, di rispondere in fretta con misure rapide e straordinarie, proprio come venne fatto da fine febbraio 2020 contro il Covid-19. Gli italiani all’epoca risposero positivamente alle misure rigide predisposte dall’esecutivo guidato da Giuseppe Conte, dimostrando una consapevolezza ed una disciplina che in breve tempo ci ha trasformato in una nazione modello in Europa nella difesa dal Covid 19: non c’è motivo per affermare che contro i cambiamenti climatici tale coesione potrebbe mancare. Anche perché bisogna dare atto al Capo dello Stato, Sergio Mattarella, di essere da tempo una delle voci istituzionali più autorevoli e costanti nel sottolineare la necessità di interventi urgenti sul clima. In particolare lo fece poco prima dell’insediamento del governo Meloni, accogliendo al Quirinale una delegazione di scienziati che gli consegnò l’appello popolare — centomila firme — a favore di un maggiore impegno della politica sulla protezione dell’ambiente. E lo ha poi ripetuto il 14 marzo scorso a Nairobi, in Kenya, definendo la necessità di fronteggiare i cambiamenti climatici come una “scelta cruciale per il benessere delle nuove generazioni”. Se a questo aggiungiamo che la battaglia di “Fridays for Future” ha mobilitato i nostri giovani come nessun altro tema negli ultimi cinque anni non è difficile dedurre che c’è sul clima una coincidenza di priorità fra una moltitudine di cittadini e il Quirinale.
Il nostro Paese resta tuttavia drammaticamente in ritardo rispetto alla necessità di ripensare in maniera radicale la protezione del territorio, dei suoi abitanti — che in gran parte vivono lungo i corsi d’acqua — e le loro attività economiche, a cominciare dall’agricoltura. Da qui la necessità di decisioni drammatiche ed urgenti da parte del governo in carica per ripensare in maniera radicale la struttura del bilancio dello Stato partendo dall’emergenza climatica. Spetta alla premier Giorgia Meloni assumersi la responsabilità del momento ed avere il coraggio di dire con chiarezza ai cittadini ciò che nessuno dei suoi predecessori ha voluto sussurrare: i cambiamenti del clima minacciano la nostra sicurezza e richiedono modifiche importanti dell’allocazione delle risorse, delle strategie di governo e della vita dei cittadini. In particolare bisogna ricorrere ai fondi pubblici per proteggere non solo le comunità colpite dalle più recenti devastazioni ma anche quelle a rischio; servono infrastrutture riviste partendo dall’impatto dei rischi climatici e strutture di emergenza in più territori; c’è bisogno di piani per il trasferimento delle popolazioni dalle zone divenute più pericolose; è necessario inserire nei corsi della scuola dell’obbligo la formazione ai cambiamenti climatici per aumentare il livello di consapevolezza nelle famiglie. Se l’Italia avrà il coraggio di intraprendere questa difficile strada potrà diventare il motore di un’Unione Europea più consapevole e determinata non solo nell’adottare decisioni e norme pro-clima destinate ad entrare in vigore nel 2035 o nel 2050 ma anche nell’affrontare il tema impellente di come proteggere dalle alluvioni chi vive lungo i fiumi o le coste del Mediterraneo. Sono problemi di dimensioni epocali, che fanno tremare i polsi solamente a descriverli perché sono numerose le popolazioni che risiedono talmente a ridosso delle acque da trovarsi de facto in grave pericolo. Ma l’enormità della sfida non può essere una scusa per limitare la riposta o addirittura per non fare nulla. Deve invece imporre il coraggio di agire a chi ha la responsabilità della sicurezza collettiva, in Italia come nell’Europa intera.