Il podcast di Molinari

di Maurizio Molinari

L’Italia, il mondo. La nostra vita. I commenti di Maurizio Molinari. Anche in versione podcast

Pnrr, il crocevia di Meloni

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è diventato il banco di prova dei rapporti fra l’Italia di Giorgia Meloni e l’Unione Europea, innescando forti preoccupazioni a Bruxelles sull’affidabilità politica del nostro governo.
Quando Meloni si è insediata a Palazzo Chigi si è impegnata ad assicurare, tanto all’Ue quanto al Quirinale, piena continuità nella gestione del Pnrr rispetto al predecessore Mario Draghi, dimostrandosi consapevole tanto del suo valore economico per il nostro Pil che di quello politico per la nostra credibilità con i partner comunitari. Al momento del passaggio delle consegne fra Draghi e Meloni l’importanza del Pnrr per l’economia è stato - assieme alla conferma del sostegno politico-militare all’Ucraina - il suggello della piena continuità di legami nei rapporti con l’Ue e la Nato.
Ma ora la situazione è cambiata in quanto il governo di Roma sta sviluppando una doppia dialettica con la Commissione Europea: da una parte tratta al riparo dei riflettori su dilazioni e modifiche del Pnrr, dando ogni sorta di rassicurazioni a Bruxelles al fine di continuare a ricevere le tranche semestrali di fondi per i nostri progetti, ma dall’altra accumula un ritardo visibile nella presentazione delle modifiche e duella in maniera aggressiva con la stessa Commissione Ue sulla possibilità di ridurre i poteri di controllo della Corte dei Conti proprio sul Pnrr.
Vista con gli occhi di Bruxelles, si tratta di una situazione assai poco chiara perché da un lato Palazzo Chigi corteggia la Commissione Ue per avere le modifiche approvate - sebbene non siano state formalmente neanche presentate - e dall’altra invece la rimprovera di indebite intromissioni nella sovranità italiana. A rendere il tutto ancor più complesso c’è la scelta della premier di aver trasferito la gestione del Pnrr dai tecnici del ministero delle Finanze alla nuova task force guidata dal ministro Fitto presso Palazzo Chigi con una transizione di competenze lunga mesi che non ha ancora portato alla creazione di un’efficace modalità di lavoro Italia-Ue simile a quanto avveniva durante il governo Draghi al fine di evitare malintesi o ritardi.
Il risultato di tali contrastanti scelte italiane è una crescente preoccupazione a Bruxelles nei confronti del nostro Paese come non si registrava dai tempi in cui al governo c’era l’ultimo Berlusconi, nel 2011. Lo sport più diffuso fra commissari Ue e alti funzionari dell’Unione è tentare di prevedere quando Meloni svelerà davvero cosa ha in mente per la ricostruzione italiana: se cooperare o entrare in contrasto con l’Unione.
L’ambiguità di Meloni nei confronti della Commissione Ue desta forti perplessità a Parigi, Berlino e Madrid in ragione dell’orizzonte delle elezioni europee del 2024, perché proprio la premier ha l’ambizione di vincerle alla guida di una nuova coalizione composta dai partiti conservatori e dal partito popolare europeo. L’imminente arrivo a Roma del cancelliere tedesco Olaf Scholz - espressione dell’Spd - nasce proprio dalla volontà di verificare quali sono le intenzioni politiche europee della premier italiana. Il motivo è che Parigi e Berlino, sebbene guidate da partiti di colore diverso, hanno in comune la volontà di spingere l’Europa verso nuove adesioni ad Est accompagnate da una stagione di riforme destinata a rafforzare la sovranità delle istituzioni comuni, a cominciare dalla necessità del voto a maggioranza su alcune questioni specifiche. Meloni finora si è invece sempre detta contraria al “sovranismo europeo” - è stato uno dei temi forti della sua campagna elettorale in Italia - e ciò pone l’interrogativo se la coalizione conservatori-popolari che ha in mente non avrà come missione quella di far coincidere le nuove adesioni di Ucraina e Balcani con un indebolimento delle istituzioni comunitarie. Tanto più forti sono le tensioni Italia-Commissione Ue sul Pnrr, tanto più si rafforzano tali timori per il semplice motivo che il Pnrr è il cruciale tassello italiano del fondo Next Generation Eu da 750 miliardi sul quale la Ue basa la ripresa degli Stati membri fino al 2026 per sostenere la transizione ecologica e l’innovazione tecnologica. Ecco perché l’incertezza del governo Meloni sulle modifiche da apportare al piano - più volte annunciate ma ancora non presentate - crea instabilità a Bruxelles e solleva sospetti sull’intenzione della leader di Fratelli d’Italia di giocare proprio questa carta per guidare l’offensiva elettorale contro le istituzioni europee, al fine di indebolirne l’autorità a vantaggio di un ritorno di importanza degli Stati nazionali.
È importante aggiungere che queste fibrillazioni nella Ue dovute alle ambiguità italiane sul Pnrr iniziano a sollevare qualche preoccupazione a Washington per il semplice motivo che la posta in gioco in Ucraina - l’architettura di sicurezza in Europa - richiede una costante forte compattezza fra i partner Ue mentre l’interesse di Mosca è opposto: favorire i dissensi interni all’Unione - su ogni tema, dai migranti all’economia - al fine di indebolire la coesione politica europea sulla quale poggiano le decisioni militari della Nato.

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  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/il-podcast-di-molinari/2023/06/03/audio/pnrr_il_crocevia_di_meloni-423102251/

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