Il podcast di Molinari

di Maurizio Molinari

L’Italia, il mondo. La nostra vita. I commenti di Maurizio Molinari. Anche in versione podcast

Il salario minimo non piace ai sovranisti

Nell’Italia ferita dalle diseguaglianze il salario minimo è un’opzione per aggredire il disagio di una delle fasce più deboli - i giovani lavoratori - ma il governo Meloni si oppone con decisione a questa svolta, tradendo una forte insensibilità per un’istanza di molti dei suoi stessi elettori. Il peso delle diseguaglianze sul nostro Paese è stato ribadito dal recente rapporto annuale del Cnel e spiega perché, secondo la Caritas, ben dieci milioni di cittadini vivano sotto il livello di povertà. Il cuore delle diseguaglianze nasce dalla trasformazione del mercato del lavoro perché - in Italia come nelle altre democrazie avanzate - la globalizzazione e la rivoluzione digitale hanno innescato cambiamenti profondi che la recente pandemia globale del Covid-19 ha accelerato. Fra chi più sta subendo questo impatto ci sono i giovani che si allontanano dagli atenei - o non vi entrano affatto - per entrare subito nel mercato del lavoro, prestandosi anche per i lavori più umili e meno remunerati. È un fenomeno che appena dieci anni fa ignoravamo, cinque anni fa si affacciava e da tre anni dilaga nei nostri piccoli e grandi centri. Si tratta di ragazzi e ragazze che, aggrediti dal timore della povertà, anziché studiare si offrono subito sul mercato del lavoro finendo troppo spesso nelle fauci di speculatori che li sfruttano per ogni sorta di lavori minori - come le vendite a domicilio - in cambio di paghe vergognose. L’universo dei delivery è solo uno degli specchi più brutali delle diseguaglianze che la pandemia venuta da Wuhan ha moltiplicato, dividendo il mondo in due: chi sta a casa e ordina ciò che desidera con la carta di credito e chi pedala in strada per consentire a giganti digitali e attività locali di moltiplicare le consegne ed i profitti. Se durante la rivoluzione industriale erano i bambini britannici coperti di fuliggine descritti da Charles Dickens il volto dello sfruttamento, oggi lo sono i delivery boys and girls che sfrecciano nelle nostre strade per guadagnare pochi euro all’ora. Sono italiani, immigrati legali e illegali e ci obbligano a vedere con i nostri occhi un problema di lacerante ingiustizia socioeconomica circondata da un troppo colpevole silenzio collettivo. Per avere un’idea di quanto globale sia questa emergenza bisogna guardare alla Florida che, nell’Election Day 2020, decise di aumentare il salario minimo da 8,5 dollari l’ora a ben 15 dollari entro il 2026 con un referendum approvato a maggioranza schiacciante: il 60,4 per cento dei votanti. Se la Florida roccaforte del repubblicano Ron DeSantis contende la palma del salario minimo al partito democratico - che ebbe nel senatore del Massachusetts Ted Kennedy un suo vibrante ed instancabile paladino - è perché la lotta alle diseguaglianze è una sfida bipartisan che ha in palio la giustizia economica. E ciò non avviene sono negli Stati Uniti ma anche nell’Unione Europea perché fra i 27 Paesi membri appena 6 non hanno il salario minimo. L’Italia è in questo gruppo di coda sul terreno dei diritti economici e il governo di Giorgia Meloni non mostra intenzione di cambiare rotta anche se il 16 novembre scorso la Ue ha approvato una direttiva che “per ridurre povertà e diseguaglianze” propone proprio di far leva sul salario minimo, raccogliendo una precisa richiesta dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo). Ciò che accomuna la stragrande maggioranza degli Stati Ue, l’Ilo, i cittadini della Florida e l’eredità di Ted Kennedy è la convinzione che quando il lavoro si impoverisce e sconfina nello sfruttamento servono ricette veloci e drastiche sanare la ferita. E il salario minimo può essere una di queste ricette. Anche la maggioranza degli italiani la pensa allo stesso modo: un’indagine di “Noto Sondaggi” parla di oltre il 60 per cento dei cittadini favorevoli alla creazione del salario minimo. Ovvero, è una maggioranza che anche da noi va ben oltre gli schieramenti di appartenenza politica. Da qui l’interrogativo su come sia possibile che la premier Meloni sia ancora contraria. Soprattutto perché nelle elezioni politiche di settembre il suo partito, Fratelli d’Italia, ha stravinto proprio perché è riuscito a raccogliere gran parte del voto dei disagiati, degli scontenti ed emarginati. La domanda, dunque, è: perché il partito della premier non si batte a favore del salario minimo per soccorrere i disagiati e gli sfruttati che l’hanno votata in gran numero? Credo che la risposta sia nell’identità stessa di Fratelli d’Italia, ovvero una forza populista-sovranista che preferisce cavalcare la protesta sociale indirizzandola contro i suoi avversari preferiti - l’Unione Europea, il Parlamento, l’indipendenza delle toghe, i precedenti governi ed i migranti - anziché lavorare concretamente ad un’agenda di giustizia economica che possa davvero proteggere i disagiati e gli sfruttati. Sotto questo punto di vista l’Italia si conferma un laboratorio del populismo europeo, con il governo più sovranista a Ovest del Danubio che non aggredisce lo scontento sociale, preferendo trasformarlo in scontento politico per continuare a trarne vantaggio. Il tutto a scapito delle migliaia di giovani lavoratori italiani che continuano ad essere sfruttati in assenza della garanzia del salario minimo che invece protegge i loro coetanei tanto in gran parte dell’Europa come negli Stati Uniti.

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