Proteggere l’occupazione dal clima che cambia
di Maurizio MolinariI cambiamenti climatici da tempo non sono più in discussione ed il confronto è su quali soluzioni adottare per fronteggiarli al fine di proteggere gli abitanti del Pianeta: da qui l’importanza di affrontare tale urgenza sul terreno dei diritti dei lavoratori. È stato il Programma dell’Onu per lo Sviluppo (Undp) il primo ad attestare, in un rapporto redatto su basi scientifiche, che «quando fa troppo caldo le persone lavorano in maniera meno efficace all’aperto e nelle fabbriche» e «le temperature estreme aumentano i rischi di incidenti e di danni gravi alla salute» che «superati i 40,6 gradi Celsius includono la morte». «Le condizioni termiche fanno parte dell’ambiente di lavoro — conclude il rapporto Onu — e se il clima le modifica in maniera significativa, bisogna tenerne conto». Questo è il motivo per cui il governo spagnolo, a partire da maggio, ha proibito di lavorare all’aperto in una situazione di “caldo estremo” per evitare episodi drammatici come la morte di uno spazzino di Madrid, nella scorsa estate, durante un’ondata di temperature oltre i 42 gradi. Luke Parsons, scienziato americano del clima presso la Duke University nel North Carolina, ritiene che «l’Europa del Sud e gli Stati Uniti del Sud-Ovest sono le regioni del mondo più in bilico sul surriscaldamento dell’atmosfera perché per molte ore del giorno le temperature sono a livello di rischio per chi lavora all’aperto». Da qui lo studio dell’“Institution of Mechanical Engineers” americano, pubblicato dal magazine Forbes, sul pericolo che «in presenza di temperature estreme i lavoratori siano tentati a rinunciare alle tute protettive in fabbrica, riducano l’abilità di concentrarsi, aumentino la possibilità di sbagliare e dunque riducano anche la produttività». Tim Fox, autore di questo studio ed ex presidente dell’“Institution”, ritiene che «adattare le industrie al surriscaldamento del clima sarà essenziale per il loro funzionamento, successo, come per garantire salute e sicurezza dei loro lavoratori». È la stessa conclusione a cui arriva uno studio della “Chan School of Public Health” di Harvard: «La qualità dell’aria indoor in un ufficio può avere un impatto significativo sulle funzioni conoscitive dei lavoratori, dalla capacità di concentrarsi il tempo necessario alla risposta alle necessità». Da qui il fatto che una moltitudine di grandi e piccoli centri, dagli Stati Uniti all’Australia, dalla Gran Bretagna alla Corea del Sud, si stanno dotando di strumenti sempre più sofisticati per la misurazione del caldo dentro strade e quartieri, per avere più informazioni strategiche utili alle imprese che vi lavorano. La risposta al caldo estremo diventa dunque un terreno di incontro fra il bisogno dei lavoratori di proteggere i loro diritti da una nuova tipologia di rischi ed il bisogno degli imprenditori di assicurare la produttività a dispetto di un habitat bruscamente modificato. Può essere la genesi di una nuova declinazione del diritto al lavoro che, fronteggiando il surriscaldamento del clima, aiuta a trovare le soluzioni più innovative ed efficaci. È questa la cornice globale che aiuta a meglio comprendere quanto avvenuto nel nostro Paese nel corso dell’ultima settimana, quando prima i responsabili dei sindacati hanno incontrato il governo per porre la necessità di rimedi al caldo estremo, e poi il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, ha giustamente tracciato un paragone fra l’entità delle misure di emergenza di cui il Paese ha bisogno e quanto venne fatto dal 2020 per proteggersi dalla pandemia. Tanto il surriscaldamento del clima quanto il Covid-19 sono infatti due minacce di nuova tipologia che investono ogni abitante della Penisola — senza alcuna distinzione — e chiamano in causa il dovere dello Stato di rispondere con misure di sicurezza nazionale. Da qui la sorpresa per la reazione del governo Meloni, debole ed esitante davanti alle richieste di sindacati e imprese, forse perché condizionata dalle perplessità di una presidente del Consiglio che, da quando si è insediata, non ha mai pronunciato un discorso ad hoc sui cambiamenti climatici né ha finora inserito la risposta al surriscaldamento fra le priorità del suo governo. Il dubbio è se tali ritardi della premier nell’affrontare l’emergenza sicurezza sull’ambiente siano un cedimento al negazionismo sui cambiamenti climatici che dilaga nell’estrema destra europea — dagli spagnoli di Vox ai tedeschi dell’Afd — a cui proprio Meloni guarda come alleati in vista della campagna elettorale del 2024 per il Parlamento di Strasburgo. Ma a spingere Palazzo Chigi a rompere ogni ambiguità sul clima c’è il recente rapporto dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Who) sul quale si sofferma la “Harvard Business Review” secondo cui «ogni anno si perdono il 2 per cento delle ore di lavoro a causa dello stress da caldo per un danno economico globale che entro il 2030 arriverà a toccare 4 trilioni di dollari». Ovvero, anche la crescita economica è minacciata dal caldo estremo. Da qui la raccomandazione per imprese e sindacati italiani: accelerate nella convergenza sulle misure anti-caldo estremo per adottare norme preventive, limitando al massimo il lavoro all’aperto e definendo un piano d’azione comune a lungo termine. Per impedire ai negazionisti sui cambiamenti del clima di mettere a rischio prosperità e sicurezza di ognuno di noi.