Perché serve un “Green New Deal”
di Maurizio MolinariL’America che il prossimo anno eleggerà il nuovo inquilino della Casa Bianca si presenta oggi come un grande laboratorio di idee su ciò che più serve ad ogni democrazia avanzata — Italia inclusa — ovvero la giustizia economica. Dallo sciopero degli attori di Hollywood alle proteste dei dipendenti degli aeroporti, della catena di Starbucks, dei guidatori dei camioncini dell’Ups e del personale degli hotel nella California del Sud l’intera nazione è il palcoscenico di un’estate di proteste sul fronte del lavoro che è impossibile ignorare. Per comprendere la genesi di quanto sta avvenendo bisogna leggere un recente studio dell’Università di California secondo il quale la povertà è diventata la quarta causa di morte negli Stati Uniti: uccide ogni anno centinaia di migliaia di cittadini. Vi sono più morti per povertà che non per omicidi, malattie respiratorie, armi da fuoco e overdose di oppiacei. Questo perché su una popolazione di oltre 330 milioni di abitanti ben 112 milioni — ovvero circa un terzo — hanno redditi troppo bassi oppure, in 6,5 milioni di casi, vivono sotto il livello di povertà. Da qui l’impennata delle diseguaglianze perché se i profitti delle imprese incluse nella classifica “Fortune 500” nell’ultimo anno sono aumentati del 13 per cento raggiungendo 7,2 miliardi di dollari almeno 52 milioni di americani hanno un salario di 15 dollari l’ora o anche meno. Sono passati 14 anni e tre presidenti da quando venne varato l’ultimo aumento del salario minimo in America e questo spiega il perché di un aumento delle proteste anche contro le differenze di remunerazione fra chi aderisce a sindacati organizzati e no. È il tema della necessità di una ricetta per una maggiore giustizia economica che genera il volano di un dibattito aspro dove il bisogno di garantire il reddito dei “lavoratori poveri” si somma alla necessità di proteggere il clima per il semplice motivo che le diseguaglianze, il disagio, molto spesso hanno a che fare con le conseguenze dei cambiamenti climatici: temperature eccessive, difficoltà di spostamenti, inondazioni, distruzione di case, perdite di occupazione sempre più spesso sono legate fra loro, frutto di un ambiente stravolto dall’impatto del surriscaldamento delle temperature. Questi sono i motivi che spiegano perché la città di Philadelphia sta affrontando la necessità di garantire ai residenti meno abbienti dei contributi per affrontare le riparazioni agli impianti elettrici domestici — indispensabili per proteggersi dagli eccessi di caldo o freddo — quando collassano per i motivi più diversi, o perché il sindaco di Boston, Michelle Wu, appena insediata si è affrettata a creare trasporti pubblici del tutto gratuiti al fine di limitare al massimo l’uso delle auto private, o perché lo Stato di New York ha accresciuto i poteri della propria “Power Authority” affinché possa creare infrastrutture necessarie a produrre quantità massicce di energie rinnovabili negli anni a venire. In alcuni casi si tratta di iniziative locali che sfruttano le opportunità create dall’“Inflation Reduction Act” varato dall’amministrazione Biden ma in molti altri a prendere l’iniziativa dal basso sono sindaci, governatori, singoli Stati dell’Unione spinti da iniziative di gruppi di cittadini accomunati dalla convinzione, come spiega Johanna Bozuwa, direttore esecutivo del “Climate Community Project”, che l’imperativo è “costruire infrastrutture per una società civile alternativa, comprendendo la crisi che stiamo attraversando dove impoverimento, disagi e cambiamenti climatici possono essere combattuti assieme, limitando progressivamente l’impatto dei carburanti fossili”. Se a metà degli anni Trenta Franklin Delano Roosevelt si insediò alla Casa Bianca con l’intenzione di creare una grande coalizione per affrontare le differenze di genere, razza e cittadinanza che allora indebolivano l’America, scommettendo sul “New Deal” che la risollevò, oggi ci troviamo ad affrontare diseguaglianze sociali ed economiche che hanno genesi differenti, dalla precarietà delle retribuzioni, alla carenza di protezioni sociali fino al bisogno di fronteggiare i cambiamenti climatici da richiedere un nuovo patto sociale — fra governo, imprese e cittadini — che sempre più spesso viene definito “Green New Deal”. Per avere un’idea del sostegno potenziale di cui può godere, basta entrare in una qualsiasi attività commerciale da New York a Washington o San Diego: le buste di plastica sono sparite perché il consenso sulla necessità di proteggere il clima è massiccio, trasversale, e svela il bisogno di una ampia protezione sociale. Tutto ciò ci racconta un’America che chiede, dal basso, di essere difesa da diseguaglianze, povertà e cambiamenti climatici e ci fa comprendere quanto tali istanze siano simili a quelle presenti in molte democrazie europee come l’Italia dove il sostegno per il salario minimo — di cui siamo del tutto privi — sfiora nei sondaggi l’80 per cento e si somma al bisogno di garanzie sulla Sanità per una popolazione che vive più a lungo, sull’Istruzione per una generazione di giovani che registra cali record nelle iscrizioni agli atenei e sulla protezione dai cambiamenti climatici nel bel mezzo di un Mediterraneo che registra — secondo dati Onu — un aumento maggiore del 20 per cento rispetto al resto del Pianeta. Insomma, può essere il bisogno crescente di un “Green New Deal” il protagonista delle cruciali elezioni che aspettano tanto gli Stati Uniti che l’Unione Europea nel corso del prossimo anno.