Meloni vulnerabile al Centro
di Maurizio MolinariLa campagna per le elezioni europee è solo all’inizio ma è già evidente che la maggior vulnerabilità della coalizione di destra guidata da Giorgia Meloni è al centro: si tratta del tassello dei moderati europeisti che nel settembre 2022 hanno contribuito a portarla a Palazzo Chigi ma ora iniziano a mostrare una certa inquietudine. Un segnale chiaro in questa direzione è venuto dal voto disgiunto che ha consegnato la Sardegna al centrosinistra: una percentuale decisiva di elettori di destra ha scelto il candidato opposto respingendo la decisione di Meloni di trasformare il voto sardo in un referendum su di lei. La formula “tutti i poteri al leader” contrasta con l’identità di territori molto diversi fra loro e proietta una declinazione arrogante del potere centrale, fino al punto da apparire in contrasto con il precedente di Silvio Berlusconi che, con tutti i suoi limiti e difetti, tentava sempre di dare spazio agli alleati, nazionali e locali, pur mantenendo saldamente la guida della coalizione. L’immagine di una leader onnipotente a capo di una ristretta tribù identitaria di fedelissimi collaboratori che punta a imporre nelle Regioni candidati a sua immagine e somiglianza — anche in Abruzzo la simbiosi è evidente — per poi candidarsi alle europee di giugno in tutte le circoscrizioni e vincere praticamente da sola, sbaragliando gli avversari e ridimensionando gli alleati, incarna una dimensione del potere che esalta i suoi seguaci sovranisti ma solleva inevitabili timori nell’elettorato più moderato. Come i sondaggi dell’ultima settimana evidenziano, indicando un primo indebolimento di Fratelli d’Italia. Per comprendere questi timori moderati bisogna considerare — come spiegano i più esperti analisti di flussi elettorali — che nello schieramento di centrodestra c’è una quantità importante di voti fluttuanti: si tratta di centristi transitati da Forza Italia alla Lega negli anni passati e poi a Fratelli d’Italia nel 2022, che ora tornano ad essere contendibili. Perché si tratta di elettori che cercano leader stabili, inclusivi, rassicuranti su temi come prosperità e sicurezza. Da qui le obiezioni che arrivano da storici e costituzionalisti di area cattolica e laica nei confronti di una riforma costituzionale per il premierato destinata a stravolgere l’impianto della Carta, rafforzando i poteri del capo del governo a scapito di Parlamento e Capo dello Stato. E il duello innescato dalla premier con il Colle sui temi della sicurezza pubblica è destinato ad aumentare, non a diminuire, tali perplessità. Poi c’è il fronte europeo. Molti moderati, incluso un numero non indifferente di eletti in Parlamento, auspicavano l’entrata di Fratelli d’Italia nel Partito popolare europeo a fianco di Forza Italia. Tali negoziati sono falliti nel 2023 per le resistenze della premier a rescindere il legame con le radici del Msi — togliendo ad esempio la fiamma dal simbolo — mentre è avvenuto l’opposto, con l’entrata nel gruppo conservatore europeo guidato da Meloni di personaggi molto aggressivi verso l’Ue — ed assai vicini alla Russia di Putin — come il premier ungherese Viktor Orbán e l’ultranazionalista francese Eric Zemmour. Da qui all’economia il passo è breve. Poiché le nuove istituzioni europee, frutto del voto di giugno, dovranno affrontare temi come la maggiore integrazione economica dell’Ue, la revisione del Green Deal e la riforma della politica agricola comune, una Meloni troppo vicina a leader euroscettici preoccupa il mondo delle nostre piccole e medie imprese, le cui entrate dipendono in percentuali importanti dagli scambi con i maggiori partner Ue, a cominciare da Germania e Francia. Ciò di cui ha bisogno la business community non è un allontanamento da Bruxelles, bensì una ricetta che consenta all’Italia di crescere con maggiore convinzione nel quadro di una Ue più coesa. Ecco perché ha riscosso molta attenzione fra gli imprenditori — impegnati in queste settimane a scegliere i nuovi vertici di Confindustria — il recente discorso del nuovo governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, lì dove ha disegnato un orizzonte di possibile maggiore crescita del Pil grazie ad un rafforzamento della domanda interna, per consentire anche alle nostre manifatture ulteriori progressi di mercato. Un sentiero fatto di crescita dei salari, aumento dei consumi e del Pil nella cornice di un’Ue più integrata è la priorità per molti imprenditori, del Sud come del Nord, che in passato hanno votato il centrodestra ed ora non comprendono perché la premier preferisca invece dedicare tempo e risorse anzitutto al consolidamento dei suoi poteri. Fino al punto da indebolire ruolo ed autorità di alcuni dei suoi ministri più strategici. Come, ad esempio, avvenuto con il titolare dell’Economia che si era espresso — in pubblico e in privato — a favore della ratifica della riforma del Trattato europeo Mes per essere poi smentito in aula dalla sua stessa maggioranza. Saranno le prossime settimane a dirci se Giorgia Meloni saprà reagire a tali debolezze e rassicurare i suoi elettori più moderati su riforme, economia e Ue: in attesa di sapere se ciò avverrà, il Partito democratico, maggiore forza di opposizione, dispone di un’importante finestra di tempo per tentare di costruire un dialogo pragmatico con l’elettorato centrista in cerca di un’Italia meno tribale e più europea per affrontare le sfide di un mondo che cambia.