Farsi licenziare a due giorni dal debutto mondiale è un record di cui Julen Lopetegui, ancora imbattuto sulla panchina della Spagna, avrebbe fatto volentieri a meno. Ma in questa coppa sono molte le nazionali che hanno avuto una relazione complicata con il proprio ct. Per dire: solo due mesi fa, il Giappone ha silurato Halilhodzic, reo di prestazioni non brillanti in amichevole, per affidarsi ad Akira Nishino.
L’azzardo del cambio last minute l’ha fatto pure la Croazia, ma a ottobre: a due giorni dalla partita decisiva con l’Ucraina ha licenziato Cacic e si è affidata a Dalic, che ha salvato il secondo posto e poi ha eliminato la Grecia agli spareggi. Negli stessi giorni, la tentazione di separarsi l'avevano avuta anche l'Italia e Ventura. L’ormai ex ct lo ha raccontato di recente: dopo il pari con la Macedonia si era dimesso, l'ex presidente Tavecchio ha smentito, con un certo fastidio. Di sicuro, in quei giorni l'ipotesi di cambiare l'allenatore prima di Italia-Svezia sembrava una follia. Oggi, è un rimpianto. Tanto più che l'Italia al Mondiale si sarebbe presentata comunque con un altro uomo al comando: Ancelotti. E invece, la Nazionale è rimasta senza coppa, ma con Ventura sotto contratto fino a maggio quando è stato raggiunto l'accordo per la risoluzione.
La panchina della nazionale logora. A ogni latitudine. Ange Postecoglou, greco, ct dell’Australia, dopo la qualificazione ha salutato a novembre: “Non ho energie, scusate”. Ora allena a Yokohama, mentre i Socceroos, dopo un sondaggio con l’italiano De Biasi che aveva lasciato l'Albania a qualificazione ormai sfumata, hanno scelto l’olandese Bert van Marwjik. Il quale si era qualificato per la Russia, sì, ma con l’Arabia Saudita: la federazione però non gli ha rinnovato il contratto perché si rifiutava di trasferirsi sul territorio saudita. E così l’Arabia ha preso Juan Antonio Pizzi, che al Mondiale non era riuscito ad andarci, invece, guidando il Cile. No, non è la fiera dell’Est di Branduardi, ma solo un curioso effetto domino.
Prendete l’Iran, poi: il ct Queiroz l’ha portato al Mondiale per la seconda volta consecutiva, ma durante una convivenza burrascosa si è dimesso nel 2015 e nel 2017, per poi tornare sui suoi passi. Lui stesso, nel 2002, dopo aver ottenuto la qualificazione con il Sudafrica, a gennaio rinunciò ad andare in Giappone e Corea: al suo posto partì Sono. Ma la storia è ricca di divorzi traumatici. Chiedete al triestino Ettore Trevisan, costretto a lasciare Haiti e a rinunciare al Mondiale del ’74 dopo alcune dichiarazioni non gradite al dittatore Baby Doc. Oppure le nazionali africane del ’98: cambiarono ct prima del via Camerun, Sudafrica e Nigeria, che fu la rivelazione con Milutinovic (vinse il gruppo, uscì agli ottavi).
Ora, con Hierro la Spagna insegue l’utopia: vincere il Mondiale senza aver avuto il tempo di prepararlo né aver scelto i giocatori. In fondo, neppure Zidane aveva molta esperienza quando prese in mano il Real due anni e mezzo fa: poi ha vinto tre Champions di fila. Ma la Spagna pensa a un altro esempio: Mário Zagallo assunse la guida del Brasile nel '70 soltanto il 19 marzo, a 73 giorni dal via del Mondiale messicano, poi vinto in finale sugli azzurri. Pure in quel caso ereditò una macchina perfetta. Il Lopetegui di allora era João Saldanha, figura leggendaria, che nella vita aveva fatto il contrabbandiere, il leader studentesco nel partito comunista, l'apprendista notaio, il calciatore, il giocatore di basket e soprattutto il cronista, raccontando la Grande marcia di Mao e lo Sbarco in Normandia. Quando fu chiamato dalla Selecão, nel '68, faceva ancora il giornalista per Ultima Hora e in conferenza stampa, passando velocemente da intervistatore a intervistato, annunciò con due anni d'anticipo i 22 convocati - erano ancora 22 - per un Mondiale a cui doveva ancora qualificarsi. Fu licenziato perché il regime del generale Médici non poteva permettersi un ct comunista. Tornò al suo mestiere di narratore e morì a Roma mentre raccontava il Mondiale del '90.
L’azzardo del cambio last minute l’ha fatto pure la Croazia, ma a ottobre: a due giorni dalla partita decisiva con l’Ucraina ha licenziato Cacic e si è affidata a Dalic, che ha salvato il secondo posto e poi ha eliminato la Grecia agli spareggi. Negli stessi giorni, la tentazione di separarsi l'avevano avuta anche l'Italia e Ventura. L’ormai ex ct lo ha raccontato di recente: dopo il pari con la Macedonia si era dimesso, l'ex presidente Tavecchio ha smentito, con un certo fastidio. Di sicuro, in quei giorni l'ipotesi di cambiare l'allenatore prima di Italia-Svezia sembrava una follia. Oggi, è un rimpianto. Tanto più che l'Italia al Mondiale si sarebbe presentata comunque con un altro uomo al comando: Ancelotti. E invece, la Nazionale è rimasta senza coppa, ma con Ventura sotto contratto fino a maggio quando è stato raggiunto l'accordo per la risoluzione.
La panchina della nazionale logora. A ogni latitudine. Ange Postecoglou, greco, ct dell’Australia, dopo la qualificazione ha salutato a novembre: “Non ho energie, scusate”. Ora allena a Yokohama, mentre i Socceroos, dopo un sondaggio con l’italiano De Biasi che aveva lasciato l'Albania a qualificazione ormai sfumata, hanno scelto l’olandese Bert van Marwjik. Il quale si era qualificato per la Russia, sì, ma con l’Arabia Saudita: la federazione però non gli ha rinnovato il contratto perché si rifiutava di trasferirsi sul territorio saudita. E così l’Arabia ha preso Juan Antonio Pizzi, che al Mondiale non era riuscito ad andarci, invece, guidando il Cile. No, non è la fiera dell’Est di Branduardi, ma solo un curioso effetto domino.
Prendete l’Iran, poi: il ct Queiroz l’ha portato al Mondiale per la seconda volta consecutiva, ma durante una convivenza burrascosa si è dimesso nel 2015 e nel 2017, per poi tornare sui suoi passi. Lui stesso, nel 2002, dopo aver ottenuto la qualificazione con il Sudafrica, a gennaio rinunciò ad andare in Giappone e Corea: al suo posto partì Sono. Ma la storia è ricca di divorzi traumatici. Chiedete al triestino Ettore Trevisan, costretto a lasciare Haiti e a rinunciare al Mondiale del ’74 dopo alcune dichiarazioni non gradite al dittatore Baby Doc. Oppure le nazionali africane del ’98: cambiarono ct prima del via Camerun, Sudafrica e Nigeria, che fu la rivelazione con Milutinovic (vinse il gruppo, uscì agli ottavi).
Ora, con Hierro la Spagna insegue l’utopia: vincere il Mondiale senza aver avuto il tempo di prepararlo né aver scelto i giocatori. In fondo, neppure Zidane aveva molta esperienza quando prese in mano il Real due anni e mezzo fa: poi ha vinto tre Champions di fila. Ma la Spagna pensa a un altro esempio: Mário Zagallo assunse la guida del Brasile nel '70 soltanto il 19 marzo, a 73 giorni dal via del Mondiale messicano, poi vinto in finale sugli azzurri. Pure in quel caso ereditò una macchina perfetta. Il Lopetegui di allora era João Saldanha, figura leggendaria, che nella vita aveva fatto il contrabbandiere, il leader studentesco nel partito comunista, l'apprendista notaio, il calciatore, il giocatore di basket e soprattutto il cronista, raccontando la Grande marcia di Mao e lo Sbarco in Normandia. Quando fu chiamato dalla Selecão, nel '68, faceva ancora il giornalista per Ultima Hora e in conferenza stampa, passando velocemente da intervistatore a intervistato, annunciò con due anni d'anticipo i 22 convocati - erano ancora 22 - per un Mondiale a cui doveva ancora qualificarsi. Fu licenziato perché il regime del generale Médici non poteva permettersi un ct comunista. Tornò al suo mestiere di narratore e morì a Roma mentre raccontava il Mondiale del '90.