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Il ciabattino e i pezzi di ricambio

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Normativa dell’Europa contro l’usa e getta
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Non ricordo neanche più da quanto tempo nel mio quartiere non esiste più il calzolaio, che da piccola in casa si chiamava il ciabattino. All’inizio mancava, nel senso che si provava un sentimento di mancanza, se ne discuteva per strada coi vicini. Ora, semplicemente, si sa che non c’è e basta. Nessuno ne parla più.

Se le scarpe rotte hanno un pregio, economico o sentimentale, si portano in un centro commerciale dove c’è una specie di anonimo ambulatorio di tacchi e suole: lasci tutto, compili una scheda, prendi un numero, non parli mai con nessuno. Altrimenti c’è, su nei quartieri alti, un celebre “laboratorio di riparazione”: sono bravi, ma costosissimi. Riparare le scarpe non conviene, si spende meno a comprarle nuove.

Sul principio dell’obsolescenza programmata, anni fa, si discusse moltissimo: il capitalismo prevede che le cose siano costruite per rompersi, smettere di funzionare. Gli elettrodomestici, per esempio, dopo un certo periodo che corrisponde alla scadenza della garanzia…

Non ricordo neanche più da quanto tempo nel mio quartiere non esiste più il calzolaio, che da piccola in casa si chiamava il ciabattino. All’inizio mancava, nel senso che si provava un sentimento di mancanza, se ne discuteva per strada coi vicini. Ora, semplicemente, si sa che non c’è e basta. Nessuno ne parla più.

Se le scarpe rotte hanno un pregio, economico o sentimentale, si portano in un centro commerciale dove c’è una specie di anonimo ambulatorio di tacchi e suole: lasci tutto, compili una scheda, prendi un numero, non parli mai con nessuno. Altrimenti c’è, su nei quartieri alti, un celebre “laboratorio di riparazione”: sono bravi, ma costosissimi. Riparare le scarpe non conviene, si spende meno a comprarle nuove.

Sul principio dell’obsolescenza programmata, anni fa, si discusse moltissimo: il capitalismo prevede che le cose siano costruite per rompersi, smettere di funzionare. Gli elettrodomestici, per esempio, dopo un certo periodo che corrisponde alla scadenza della garanzia: ci puoi rimettere l’orologio, se si rompono sono appena passati due anni. Quelli nuovi costano il prezzo di una/due riparazioni.

Conviene ricomprarli, informa il tecnico che di solito aggiunge: “lo dico contro il mio interesse”. Perché, certo, c’è anche l’interesse del tecnico — l’idraulico, l’elettricista, altro — , che dovendo sopravvivere al mercato usa e getta è sempre più difficile da trovare, perciò sempre più costoso.

Mi ha rallegrata la notizia che una normativa europea impone da oggi il diritto alla riparazione di elettrodomestici e altri dispositivi elettronici (smartphone, tablet) oltre la scadenza della garanzia. Le aziende produttrici dovranno “mettere a disposizione i pezzi di ricambio per almeno dieci anni”. Immagino che le imprese non l’abbiamo presa bene. La direttiva deve essere recepita in Italia, passare dalle Camere. Ma, amici, questo mondo è sul precipizio, i poveri crescono moltissimo più dei ricchi. Pensate in anni, decenni, non in mesi. Quanto può durare, anche per voi?

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