Gli infermieri che vanno e che vengono
di CONCITA DE GREGORIOHo letto con grande interesse l’intervista a Sonia Adipietro, 47 anni, infermiera all’ospedale di Careggi, laureata a Roma, due master dunque molti anni di studi avanzati, due figlie di 11 e 14 anni. Racconta a Michele Bocci la difficoltà estrema di mantenere la sua famiglia con uno stipendio di 1800 euro maturato dopo vent’anni di servizio, molti dei quali trascorsi nel reparto di oncoematologia. Vent’anni durante i quali il suo stipendio è cresciuto di meno di 200 euro, i prezzi (a Firenze, nell’hinterland, ovunque) sono aumentati moltissimo, i suoi genitori sono andati in pensione con la minima, ha avuto due figlie, si è separata. Conosco molto bene la situazione di cui parla, ho incontrato negli ultimi sei mesi migliaia di infermieri, operatori sanitari, ausiliari. Medici, naturalmente, e pazienti. Tutti i reparti hanno le loro criticità, richiedono assoluta dedizione, alcuni più di altri. Nella mia esperienza ospedaliera e, appunto, negli incontri che faccio ascoltando storie di cura questo è l’elemento ricorrente. Negli ospedali pubblici italiani mancano più di sessantamila infermieri. I bandi di assunzione restano in buona parte inevasi perché le condizioni sono quelle di cui parla Sonia Adipietro: moltissimo lavoro molto impegnativo, anche umanamente, pochi soldi. Gli italiani che hanno studiato da infermieri vanno all’estero (“Avrei potuto, da giovane e non l’ho fatto: ho sbagliato”), dove questo lavoro viene pagato molto meglio. Molti stranieri vengono in Italia – ho incontrato nei reparti moltissimi infermieri arrivati dall’India, dal Bangladesh, dal Sud America: qui lo stipendio è migliore che nei loro continenti di origine. Se proprio dovessimo concentrarci sul bilancio fra italiani e stranieri, se questo fosse il principale problema del Paese, metterei l’accento non su chi arriva in Italia ma su chi è costretto ad andarsene. Ma la verità è che così di distoglie l’attenzione dal problema reale: chi governa continua a non investire nella sanità pubblica.