La solitudine del portiere
di Michele SerraUn calciatore senza social è come un calciatore senza tatuaggi. Un eccentrico, un non allineato, un anacronismo vivente. Dunque, verrebbe da dire, un’eccezione da preservare, un prezioso tocco di biodiversità. A meno che si sogni di vivere in un mondo di soli conformisti, di tutti uguali, nel quale la domanda “sei sui social?” suona insensata, perché sarebbe come chiedere “dormi in un letto?”, “esci di casa vestito?”, “mangi con le posate?”. Ma i social, da tempo, non sono più una scelta. Sono un obbligo implicito, una convenzione sociale. E dunque è quasi scontato che Salvatore Sirigu, secondo portiere della Nazionale italiana, cederà alle pressioni dei suoi compagni di squadra, che non concepiscono l’idea di un portiere non social. Ne sono sbalorditi. La frase pronunciata da Sirigu, tempo addietro, a proposito dei social, è formidabile: “Non ne vedo l’utilità”. Vale quanto il “preferirei di no” di Bartleby lo scrivano, una delle frasi più celebrate nella storia della letteratura, ma anche une delle meno imitate nella realtà, a conferma che la letteratura è pura invenzione: tutti preferiscono di sì, e tutti considerano i social utilissimi, anzi indispensabili, e guardano con sorridente diffidenza chi resiste alla seduzione dell’epoca: sarà uno snob? Sarà uno che cerca di farsi notare? Sarà uno che macina il caffè a mano, con il macinino, solo per rendersi interessante? Si accettano scommesse: anche Sirigu, l’unico campione d’Europa senza social, capitolerà. Per quanto sardo, dunque di forte carattere, non gli si può chiedere di non obbedire alla legge dello spogliatoio, in questo caso tanto simile a quella del gregge.