Lasciarono trenta camion di rifiuti. È la lapide che merita il lungo rave di Valentano, e se fossi il sindaco di quel paese la piazzerei sul serio, quella lapide, con cerimonia ufficiale, in mezzo alle zolle pestate a morte, a imperitura memoria della lunga e molto sporchevole adunata che qualche vice-intellettuale ha avuto il coraggio di definire "unico spazio di libertà".
Libertà è una parola importante. Difficile. Insostenibile, se non se ne avverte il peso. Se se ne parla a proposito di Patrick Zaki, o delle donne e dei bambini afghani, io ascolto a testa bassa, zitto, in segno di rispetto e di impotenza: la mia impotenza di fronte a quegli abusi e quelle privazioni. Ma non è lecito usurpare quella parola per dire di una bolgia facilona, indisturbata, a costo zero, che lascia sul campo solamente le sue deiezioni. Mica la merda, che nei campi è oro: bottiglie di plastica e lattine e confezioni assortite, lo stesso scarto di una città però senza il bene minimo di una raccolta indifferenziata, tutto per terra, tutto ammucchiato, tanto poi se ne tornano a casa loro, i cocchi di mamma, a scrivere sui social quanto si sono sentiti liberi.
Conformisti senza neppure il conforto di saperlo, zozzoni emeriti di una società zozzona, consumatori seriali di porcherie, e non sto parlando solamente delle pasticche che li rintronano, si spera che almeno quelle non siano confezionate in chili di plastica e polistirolo. Ci fossero il tempo e la voglia, bisognerebbe pigliarli uno per uno e dire loro: adesso pulisci. Non esiste pena più grave, per chi non è abituato a farlo, e non sa da che parte cominciare per rimediare al proprio ingombro sulla terra.