L'amaca

La solitudine dell'escluso

La solitudine dell'escluso
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In un bell'articolo sul Post Massimo Polidoro, segretario del benemerito Cicap (Comitato Italiano per il Controllo sulle Pseudoscienze), spiega che il complottista è prima di tutto l'umiliato, l'escluso, l'isolato che cerca una spiegazione semplice (e sbagliata) della sua sconfitta sociale e umana: il complotto contro di lui, appunto. È una tesi convincente, che innesca, però, una lunga serie di domande.


La prima, e forse quella fondamentale, è se gli umiliati siano sempre stati complottisti; oppure abbiano trovato, in passato, altre maniere per rivalersi, o almeno per cercare di farlo. Una di queste maniere era la politica, che con tutte le sue derive ideologiche (a loro volta semplificatorie) dava però a chi si ritrovava solo, e sconfitto, la possibilità di sentirsi partecipe di una riscossa collettiva, o anche solo di sognarla, che è già qualcosa.


Per paradosso, viene da dire che la politica era capace di "mettere in rete" più della rete, che così spesso appare una smisurata somma di debolezze e arroganze. Non grandi movimenti, ma piccole e furenti conventicole si sono aggregate, almeno fin qui, in rete, tanto è vero che esiste il complottismo ma non esiste un Partito Complottista, e un eventuale congresso delle diverse correnti complottiste finirebbe a bastonate, e reciproche accuse di complotto.
Detto questo, mi rendo conto di non avere detto ancora niente. Se non che la politica, intesa come mutuo soccorso e ricerca di un senso collettivo, assomiglia molto a quella che Polidoro propone come sola via per convivere con il complottismo, ovvero con gli umiliati: "Contribuire, per quanto in nostro potere, a migliorare un poco la vita di tutti".

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