Nel 2018 non è successo nulla
di Michele SerraNel dibattito sulla nascita di un fronte ampio dei progressisti c'è una anomalia sorprendente. I toni più aspri, i veti, i "con quelli lì, mai", non vengono dalla sinistra-sinistra e neppure dai cinquestelle, qualunque cosa sia ciò che rimane di quell'imponente e misterioso fenomeno. Vengono dai leader di centro (Azione e Italia Viva), teoricamente esponenti della componente moderata del centrosinistra. Valutate bene il peso di questo aggettivo: moderati.
Al loro confronto la sinistra radicale di Leu sembra un cenacolo di cordiali e di temperanti, e il partito di Conte un correntone doroteo disposto a qualunque alleanza. È come se il demone della purezza e del radicalismo che ottenebra, da sempre, l'estremismo di sinistra, per uno scherzo della sorte oggi possedesse quelli di centro. Ditemi un po', tra Calenda e Bersani, tra Renzi e Conte, chi vi sembra più prepotente e più indisponibile ai compromessi.
Se la vedranno tra di loro, noi siamo solo spettatori, più o meno partecipi a seconda dei giorni. Ma un piccolo memento, a tutti i contendenti, forse va fatto. Non cento anni fa, ma meno di cinque, in occasione delle ultime elezioni politiche, il centrosinistra prese il 22 per cento, i cinquestelle il 32. Si disse, numeri alla mano, che la sinistra aveva perduto milioni di voti, ovvero un pezzo molto consistente del suo popolo, a vantaggio del grillismo. Lo dissero anche augusti politologhi e sapienti analisti. L'attuale composizione delle Camere aiuta a fare memoria.
La domanda, dunque, in chi si richiama in qualunque modo al centrosinistra, dovrebbe essere più o meno questa: vale la pena mantenere rapporti con quei milioni di elettori esodati, e con i loro rappresentanti politici? Oppure "con i populisti non si tratta", che è una eccellente maniera per fare finta che nel 2018 non sia successo niente?