Belluno, America
di Michele SerraUna giovane signora italo-algerina, Assia Belhadj, essendosi candidata alle elezioni venete ha postato su Facebook una sua foto con il velo, ed è stata coperta di insulti razzisti. La Procura di Belluno ha archiviato la sua denuncia sostenendo che Facebook, che sta negli Usa, obbedisce alle leggi di quel paese, molto sensibili alla libertà di espressione, e dunque non collabora e non fornisce i nominativi dei potenziali colpevoli (mi scuso per la brusca sintesi di una vicenda più complessa). Se ne deduce che se un cretino di Belluno copre di insulti una candidata di Belluno (o un cretino di Marsiglia, o di Nairobi, insulta una persona di Marsiglia o di Nairobi) non è perseguibile perché gli americani non vogliono: così, almeno, sembrano sostenere gli inquirenti di Belluno. Ci sarebbe molto da dire sull'assurdità di una rete teoricamente mondiale che però applica, ovunque nel mondo, quanto previsto dalla mentalità americana. Ma forse non è nemmeno questo il punto. Forse il punto è che quella materia gassosa che è l'opinione social va energicamente ridimensionata. Non è facile, ma bisogna infischiarsene. Chi ti insulta crede di definirti, ma definisce se stesso: nel caso degli insulti a una donna con il velo in quanto donna con il velo, definisce la propria tragica ignoranza. Nel 99 per cento dei casi non solo è sbagliato querelare: è sbagliato reagire. Chi intende colpire crederà di avere colpito, e la persona brava, e libera, e di buon pensiero, sarà in ostaggio della canea linciatrice. Quando abbaiano i cani, mentre passi davanti ai cancelli, non stai a litigare con loro: passi e vai.