Una buona notizia per le parole
di Michele SerraL'assoluzione del comico toscano Sgargabonzi è una piccola notizia, ma è una buona notizia. Non perché la satira abbia diritto all'impunità: non ce l'ha, la satira è un'arma e chi la impugna non può ignorarne la capacità di offendere. Ma perché la sentenza restituisce un poco di fiducia nella capacità di lettura e di comprensione delle parole, che in questo momento sono come turaccioli nella tempesta.
I fatti in breve, per chi non li conoscesse. Sgargabonzi (pseudonimo di Alessandro Gori) tra i suoi bersagli preferiti ha la cosiddetta "tivù del dolore", quella che lo vende a chili. È in quel contesto (satira contro la tivù del dolore) che nominò la bambina Denise Pipitone, al centro di un duro fatto di cronaca, come se fosse merce da vendere. Fu denunciato dalla madre della bambina, che si sentì diffamata.
È stato assolto perché i giudici hanno rimesso il testo dentro il suo contesto, restituendo alle parole la loro intenzione: che non era colpire la protagonista di una tragedia, ma il sistema mediatico che su quella tragedia, con il pretesto del diritto di cronaca, aveva imbastito un interminabile spettacolo.
In coda alla vicenda, fatte le felicitazioni a Sgargabonzi, resta l'amaro per la vera vittima dell'equivoco, che è la querelante. Doppiamente vittima, prima perché oggetto di uno sfruttamento mediatico senza freno, poi perché ha creduto che l'offesa provenisse da chi, descrivendo la mercificazione del suo dolore, la difendeva. Sarebbe bello fornire qualche strumento in più, per la comprensione del mondo, a chi ne ha pochi. Ma questo è un argomento così grande, e così difficile, che né Sgargabonzi, né la signora, né io sapremmo da che parte cominciare.