Manichini alla riscossa
di Michele SerraNella grande chiesa sconsacrata di Sant'Agostino, a Piacenza, tutte le statue (tranne quelle situate più in alto, difficilmente raggiungibili) furono decapitate, per sfregio, dai soldati di Napoleone. Il luogo è magnifico anche per quella sinistra manomissione: senza testa, le statue incombono come una folla di testimoni (martiri) della violenza ideologica di ogni epoca. La cancel culture di due secoli fa ebbe come involontario esito quello di rendere solenne e drammatico un luogo di ordinario culto e di ordinaria bellezza (di chiese più belle, in Italia, ce ne sono a bizzeffe). A quelle statue ho pensato leggendo dell'ordine dei talebani ai negozianti afghani: decapitate i manichini, sono idoli e come tali vanno distrutti. Ogni tragedia contiene la propria parodia e ogni fanatico è, in partenza, una figura comica. Il martirio dei manichini, nel quadro smisurato e sanguinario della violenza ideologica, è dunque una commediola di poco conto. Ma l'idea di un intero paese con i manichini decapitati ha una sua suggestione. Qualora l'ordine dei talebani venisse rispettato, bisognerebbe che i negozianti afghani custodissero i manichini acefali a futura memoria. Una lunga fila di testimoni della scemenza umana, ideali per una futura e grandiosa installazione itinerante, un'armata di ghigliottinati che non demorde e presidia le piazze, sfila davanti alle scuole, impugna la propria sorte contro gli aguzzini, ordinata e dignitosa nella sua mutilazione. Suggeribile un gemellaggio Piacenza-Herat, con santi e manichini uniti nella lotta, apparentemente sconfitti, nei fatti sopravvissuti ai loro carnefici, perché più interessanti di loro.