La questione della lingua
di Michele SerraIl romanesco greve e disfatto nel quale si esprimono i protagonisti della violenza sessuale di gruppo avvenuta a Primavalle la notte di San Silvestro è di una tale povertà che se fossi l'avvocato difensore farei ascoltare in aula tutte le intercettazioni: come volete che vivano, signori della Corte, persone che parlano così? Che nome possono dare ai propri sentimenti e - soprattutto - a quelli degli altri? Come potrebbero mettere in fila mezzo pensiero, mezzo principio, mezzo concetto (diritto, dovere, ragione, torto), se le parole (pochissime, sempre le stesse, quasi la metà insulti e anche gli insulti sempre gli stessi) servono solo a produrre rumore? Genitori e figli, non tutti di famiglie disagiate, indistinguibili nell'uso dello stesso gergo sfasciato, come se nessun gradino sociale fosse stato salito nel corso di una generazione e forse di due. E' un linguaggio che un tempo si sarebbe definito primitivo, e innocente alla luce dell'esclusione sociale, di una ignoranza inflitta, certo non richiesta. Ma oggi, 60 anni dopo la scuola dell'obbligo, 72 dopo Non è mai troppo tardi e la Rai pedagogica e unificante, 67 dopo i Ragazzi di vita di Pasolini, 55 dopo la Lettera a una professoressa di don Milani, suona invece come un linguaggio terminale. Campane a morto per l'illusione (che pure c'è stata!) di dare uguali strumenti cognitivi, uguali possibilità di partenza, a tutti i cittadini. Non viene certo dalle scuole (povere scuole italiane, trincea assediata e male foraggiata), viene dalle famiglie, dallo stadio, dal popolarissimo gergo malavitoso esaltato dalle serie tv, questo non italiano che suona come una pietra al collo per chi lo usa e per noi tutti, per un paese intero. C'è una questione della lingua, nell'Italia del 2022, come nell'Ottocento.