Il Pd e il rebus del populismo
di Michele SerraSi sente dire da anni che il populismo è (anche) il frutto dello snobismo delle élites. Della loro crescente separatezza dagli umori popolari, buoni o cattivi che siano. Forse è proprio questo - grosso modo - il nocciolo del ragionamento che spinge Enrico Letta a non abiurare l'alleanza con i cinquestelle, nonostante l'evidente difformità di giudizio su argomenti rilevanti e soprattutto sul tasso di atlantismo che è molto alto nel Pd, decisamente più basso tra i grillini.
Chi si batte a spada tratta perché Letta scarichi Conte, spesso il Pd nemmeno lo vota (vota Renzi o Calenda). Detto questo, che non è poco, va aggiunto che qualunque arroccamento centrista "contro il populismo" sorvola disinvoltamente sulla questione di cui sopra. Come è nato il grillismo? Come ha potuto sfiorare il 30 per cento dei voti? Chi sono gli elettori dei cinquestelle (secondo i sondaggi dimezzati, ma pur sempre molto rilevanti), da quale schieramento provengono? Conviene considerarli solo imbecilli in balia della credulità social, o clienti irriducibili dell'assistenzialismo?
Stabilito che la robusta quota di elettori di destra attirati dalla caciara anti-sistema di Grillo nel giro di una sola legislatura, chiarito l'equivoco, sono in larga parte rientrati all'ovile (da Meloni e da Salvini), che fare dei rimanenti tre o quattro milioni di elettori cinquestelle "di sinistra" e dei loro rappresentanti politici? Considerarli una spregevole zavorra?
Ho scritto, contro il grillismo, una vagonata di amache, ma credo che il segretario del Pd, che fa un mestiere diverso dal mio, non sbagli a tenere vivo un rapporto che riguarda la natura stessa del suo partito. Un centro studi lib-lab o un grande partito popolare?