La grande depressione
di Michele SerraSi può non andare a votare — penso — per due ragioni fondamentali. La prima è che non si sente alcun bisogno della politica, si ritiene che la propria vita possa funzionare benissimo per suo conto, la politica e lo Stato sembrano solo un lontano impiccio, più rimangono lontani meglio è. È ciò che classicamente si chiama “qualunquismo”. Riconosco a questa posizione una qual certa vitalità. Non la condivido, ma la capisco.
La seconda ragione è, come dire, più contemporanea. E molto più nuova. Oserei definirla: depressione. Non si va a votare perché il futuro sembra solo una trappola irrimediabile, un buco nero, un luogo sprovvisto di vie d’uscita. Vinca Tizio, vinca Caio, niente può ridare spinta o speranza. Non è la spavalderia menefreghista (come nel qualunquismo), è l’inerzia, è l’arrendevolezza a farti disertare le urne. Votare non serve a niente. Niente potrà mai più cambiare. Niente potrà mai più migliorare.
Una schiacciante, impressionante maggioranza di lombardi e di laziali di tutte le età non è andata a votare, e nessuno — nemmeno il sondaggista più geniale — può stabilire quanti siano, tra costoro, i qualunquisti, quanti i depressi. Azzardo l’ipotesi, del tutto arbitraria, che i depressi siano la maggioranza di questa maggioranza. Non votare, per loro, non è una decisione attiva, non è un “vaffanculo” volgare ma energico. È una stagnazione, una resa impotente. Chiunque faccia politica (e la politica è un mestiere), piuttosto che scervellarsi se sia meglio Calenda o Conte, se sia peggio Salvini o Meloni, deve studiare la depressione. Rivolgersi ai depressi. È una schiera così numerosa che solo lei ha il potere di cambiare il mondo.