Come può un cadavere arrivare secondo alle elezioni, sia pure tra i pochi che sono andati a votare nonostante la democrazia elettiva sia un evidente anacronismo? Il Pd è morto (non si contano i necrologi) ma, numeri alla mano, i suoi elettori danno ancora segni di vita.
Questa permanenza è un mistero che scombina non solo le analisi politologiche, severissime con il Pd, ma anche le ambizioni dei Proci (in greco: pretendenti) che, dando per disperso Ulisse, vorrebbero impalmare la sinistra/Penelope. Non c’è niente di male, la politica non è un pranzo di gala, fottere questo e quello è parte integrante del gioco. Legittimo che il Terzo Polo voglia inglobare il pezzo moderato della carcassa dem; altrettanto legittimo che Conte, ex sodale di governo del Salvini più scostumato e fascista, voglia mangiarsi – per penitenza? - le porzioni di sinistra. Il problema è che la preda non è così mansueta, non così facile da azzannare.
Se tutti in coro – destra e sinistra – gratificano Milano del titolo di “locomotiva d’Italia”, colpisce che a Milano il Pd sia nettamente il primo partito; dunque non esattamente una forza residuale, a meno che si stabilisca che Gemonio, nella hit parade delle rilevanze politiche, venga prima di Milano. Viene dopo, e state certi che a meloniani (da oggi) e leghisti (da sempre) il fatto che Milano sia inespugnabile rode terribilmente.
Il vero problema del Pd, oltre alla sua assurda composizione in correnti che fanno capo non a pezzi di società, ma a leaderini non sempre di lucente fama, è imparare a lavorare al di fuori (dico proprio: al di fuori) della dimensione mediatica, platealmente ostile. Lavorare in silenzio e solitudine e infine tornare, proprio come Ulisse, quando nessuno se lo aspetta: tranne i suoi milioni di elettori.