“Voglio vederti danzare, come i dervisci che girano sulle spine dorsali”. Ascoltare questa canzone di Battiato, oggi, e pensare alle ragazze iraniane sotto la morsa di quel regime orribile di maschi orribili, è tutt’uno. Chissà cosa direbbe Battiato, grande ammiratore della cultura islamica e del sufismo, di questo odio per la danza, di questo obbrobrio, di questa mutilazione.
Non perdo una sola delle scene di danza che da anni vengono messe in rete dalle ragazze e dai ragazzi di Teheran, a rischio della galera e delle frustate. Sono commoventi, potenti, hanno la forza trascinante della rivolta e della libertà, della Carmagnola che travolge il regime, del Ça Ira cantato da Edith P…
“Voglio vederti danzare, come i dervisci che girano sulle spine dorsali”. Ascoltare questa canzone di Battiato, oggi, e pensare alle ragazze iraniane sotto la morsa di quel regime orribile di maschi orribili, è tutt’uno. Chissà cosa direbbe Battiato, grande ammiratore della cultura islamica e del sufismo, di questo odio per la danza, di questo obbrobrio, di questa mutilazione.
Non perdo una sola delle scene di danza che da anni vengono messe in rete dalle ragazze e dai ragazzi di Teheran, a rischio della galera e delle frustate. Sono commoventi, potenti, hanno la forza trascinante della rivolta e della libertà, della Carmagnola che travolge il regime, del Ça Ira cantato da Edith Piaf al battito dei tamburi, della corsa solitaria sulla spiaggia di Antoine Doinel nel finale dei Quattrocento colpi. Ballare per ribellarsi, sciogliere il corpo, farlo parlare, rendere onore all’eros come ovunque nel mondo, dalle aie contadine alle corti licenziose, si è sempre fatto per gioire del movimento, per poter battere il tempo e farlo insieme agli altri.
“Il paese dove non si può ballare” sembra il titolo di un romanzo distopico, e a pensarci bene lo è (in buona sintonia con l’Afghanistan). La distopia, al contrario dell’utopia, è la forma che si perverte, è il peggio che diventa realtà. Ho rinunciato a molte speranze, negli anni, ma vorrei riuscire a vivere quanto basta per vedere le ragazze di Teheran ballare sopra le tombe dei loro oppressori. Se la parola “rivoluzione” può ancora avere una incarnazione, è questa.