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La famiglia di Stato

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Basta una sola parola, inesorabile e tremenda, a rendere inaccettabile, e al tempo stesso fragilissimo, l’intero impianto della politica governativa in fatto di famiglia, procreazione, eccetera. Questa parola è modello. “Noi abbiamo un modello”, ha detto ieri il ministro Eugenia Roccella. Un modello di famiglia, di paternità, di maternità.

In nessuna epoca storica ci si è amati, ci si è accoppiati e si è venuti al mondo secondo un “modello” riconosciuto e rispettato da tutti: perfino quando le leggi delle religioni e degli Stati – spesso coincidenti - tentarono di normare rigidamente i modi di amarsi, di convivere, di nascere, una confusione che oserei definire “naturale” ha infranto regole e ignorato modelli. Basterebbe, a suffragio di questa affermazione, il numero molto cospicuo di figli concepiti, lungo i secoli, al di fuori del matrimonio, quelli riconosciuti dal padre non biologico, quelli…

Basta una sola parola, inesorabile e tremenda, a rendere inaccettabile, e al tempo stesso fragilissimo, l’intero impianto della politica governativa in fatto di famiglia, procreazione, eccetera. Questa parola è modello. “Noi abbiamo un modello”, ha detto ieri il ministro Eugenia Roccella. Un modello di famiglia, di paternità, di maternità.

In nessuna epoca storica ci si è amati, ci si è accoppiati e si è venuti al mondo secondo un “modello” riconosciuto e rispettato da tutti: perfino quando le leggi delle religioni e degli Stati – spesso coincidenti - tentarono di normare rigidamente i modi di amarsi, di convivere, di nascere, una confusione che oserei definire “naturale” ha infranto regole e ignorato modelli. Basterebbe, a suffragio di questa affermazione, il numero molto cospicuo di figli concepiti, lungo i secoli, al di fuori del matrimonio, quelli riconosciuti dal padre non biologico, quelli rifiutati, quelli inconfessati, quelli che non hanno mai saputo di esserlo, eccetera. O il permanere millenario e tenace dell’omosessualità e della bisessualità nonostante il pregiudizio, la persecuzione e la violenza.

Oggi, poi, parlare di “modello” appare ancora più arbitrario, sia per il ben maggiore peso che le scelte individuali hanno assunto, sfasciando più di una gabbia, sia perché la scienza ha reso praticabili forme di riproduzione  prima sconosciute. Se quest’ultimo punto merita di generare una discussione attenta e rispettosa sui rischi di mercantilismo che il cosiddetto “utero in affitto” comporta, è però da rigettare in partenza l’idea che possa esistere una “famiglia di Stato” alla quale conformarsi, punendo con l’oltraggio dell’illegalità chi non si adegua perché non può o perché non vuole.