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Quante braccia inutilizzate

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L’amaca di domenica 6 agosto 2023
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Se lo Stato, la Regione, il Comune non ce la fanno (mancano le forze, mancano i fondi) perché i cittadini che ne hanno i mezzi e la voglia non possono riaprire le strade interrotte dalle frane? Le tante risposte formali a questa domanda, tutte con una loro legittimità, non bastano a risolvere la questione.

Circola molto in rete un breve video nel quale quattro cittadini di Fontanelice (Appennino emiliano, ai confini con la Romagna) lamentano, ottanta giorni dopo la frana che li taglia fuori dal mondo, di non potere intervenire. Chiunque conosca e pratichi il lavoro materiale (dalla ruspa al badile) sa quanta frustrazione generi l’impossibilità di agire. La terra da spostare è lì, davanti agli occhi, la ruspa è nel cortile di casa: ma senza autorizzazione, senza tutele formali, non ci si può muovere.

Tra l’energia spontanea dei cittadini e il necessario ruolo di direzione delle istituzioni c’è un vuoto. Un cortocircuito che immobilizza risorse e impedisce cura e rimedio alla fragil…

Se lo Stato, la Regione, il Comune non ce la fanno (mancano le forze, mancano i fondi) perché i cittadini che ne hanno i mezzi e la voglia non possono riaprire le strade interrotte dalle frane? Le tante risposte formali a questa domanda, tutte con una loro legittimità, non bastano a risolvere la questione.

Circola molto in rete un breve video nel quale quattro cittadini di Fontanelice (Appennino emiliano, ai confini con la Romagna) lamentano, ottanta giorni dopo la frana che li taglia fuori dal mondo, di non potere intervenire. Chiunque conosca e pratichi il lavoro materiale (dalla ruspa al badile) sa quanta frustrazione generi l’impossibilità di agire. La terra da spostare è lì, davanti agli occhi, la ruspa è nel cortile di casa: ma senza autorizzazione, senza tutele formali, non ci si può muovere.

Tra l’energia spontanea dei cittadini e il necessario ruolo di direzione delle istituzioni c’è un vuoto. Un cortocircuito che immobilizza risorse e impedisce cura e rimedio alla fragilità del territorio. Una protezione civile di massa, capillare e autonoma, sarebbe una delle soluzioni, forse LA soluzione. Ciò che per adesso è solo buona volontà dei cittadini, inutilizzata e impotente, potrebbe diventare un esercito regolare, efficiente e disciplinato, valle per valle, città per città. Servizio civile di leva e obbligatorio, così che la retorica degli “angeli del fango” diventi pratica solida, e quotidiana.

Con questa mia fissazione – leva civile per tutti – che ripeto a vuoto da anni, vi saluto per due settimane e vi auguro un buon agosto, sereno e non troppo caotico. L’Amaca torna in edicola (espressione vecchia, ma non riesco a farne a meno) martedì 22 agosto.

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