Elogio della vita materiale
di Michele SerraAnche la nuova graphic-novel di Gipi racconta delle interferenze, degli equivoci, delle vere e proprie amputazioni di realtà che una vita social troppo immersiva può produrre. È un argomento che vale per i casi più ovvi (istigazioni al suicidio, linciaggi, ricatti sessuali) ma ha fatto capolino, secondo me ancora troppo timidamente, anche nel dibattito sulla morte di Giulia Cecchettin. In estrema sintesi: “educare ai sentimenti”, e al rapporto con gli altri, può voler dire anche rieducare alla realtà chi — soprattutto i ragazzi — rischia di surrogarla con la fitta e ininterrotta rete dei contatti online. Servono il rapporto fisico, la discussione (e anche la lite) condotta di persona, il mondo in presenza, con i suoi tempi, i suoi rumori, i suoi odori, i suoi abitanti, l’eros fatto di carne e di parole, con i suoi momenti di gloria, i suoi rifiuti, le sue frustrazioni. Se la percezione che abbiamo del mondo diventa sempre mediata, se l’esperienza che abbiamo degli altri diventa soprattutto una serie rapidissima di messaggi su uno schermo, imparare a confrontarsi con quella bolgia di persone fisiche che è la vita diventa sempre più complicato. Faccio un esempio-limite: il pedone che digita attraversando, l’automobilista che lo fa guidando, sono la metafora inquietante di una specie convinta di vivere altrove. E l’urto inaspettato con il mondo materiale (quello nel quale nasciamo e moriamo) può essere tragico. Di questo argomento, i lettori lo sanno, sono un frequentatore forse un po’ ossessionato: tanto è vero che nei social non ho mai messo piede, per scelta. Eppure l’idea che un’eventuale cultura del rispetto debba mettere al primo posto il contenimento della nostra vita in assenza (la vita online) e la riscoperta della nostra vita in presenza, a me sembra un’idea giusta.