Il figliolo di tutti
di Michele SerraSi immagina l’angoscia e poi il sollievo dei familiari del sedicenne scomparso di casa per nove giorni per andare a Est, dove pensava o sognava o pretendeva di trovare qualcosa di sé — delle sue radici, del suo destino — che la sua vita “normale” non gli dava, non gli diceva. Gli adolescenti — tecnicamente — sono pazzi e misteriosi. Fuori fase e fuori contesto anche nelle più ragionevoli famiglie. Rasentano sempre il rischio e il pericolo, specie i maschi. Scappano spesso. A volte non scappano ma è come se lo facessero: smettono di parlare, e li immagini in un altro Paese anche se sono nella loro cameretta. Il lieto fine di questa singola vicenda è coinvolgente: si riabbraccia il figliol prodigo e per un attimo è il figliolo di tutti, di chiunque abbia provato patemi, rabbie, impotenze di fronte alla creatura sconosciuta che, senza preavviso, non dipende più da te, e sovente non te lo dimostra gentilmente. Emozionante l’abbraccio alla stazione, una volta tanto l’indelicatezza della cronaca ci sembra giustificata dall’esigenza di condividere una felicità comune. Ci sentiamo tutti lì, a dirgli “bentornato, ma piantala di fare il pirla, non lo fare mai più o mi viene un colpo secco”. Lui un poco sarà contento di scoprirsi tanto desiderato e cercato; un poco ne sarà stupito, perché per quanto lo riguardava sapeva benissimo dov’era, a molti chilometri da casa. Non si sentiva affatto in pericolo. Non aveva nessun bisogno di rivolgersi a Chi l’ha visto?. Si stava cercando anche lui. Si sentiva suo, e basta. Io sono mio è il grande vero slogan che spiega l’adolescenza. Diventano grandi a scapito dei già grandi, che rimboccano le coperte e riscaldano la minestra perché è la sola cosa che sanno fare per dissimulare lo spavento.