Le parole e la guerra
di Michele Serra«C’è guerra perché non vengono pronunciate parole che la fermino», dice Mariangela Gualtieri, poeta, parlando con Sara Scarafia del suo spettacolo teatrale che sta viaggiando per l’Italia. Sulle prime la frase suona, appunto, poetica. (Licenza poetica, come suole dirsi). La dicesse un leader politico, o un intellettuale, parrebbe poco realistica, anche ingenua. Gli si domanderebbe: ti illudi forse di fermare i missili con le parole? E i carrarmati con una bella frase? Ma in che mondo vivi?
Poi ti chiedi — ed è una domanda molto concreta: direi filologica — quali parole sono state concretamente spese, attorno alle guerre recenti. Qual è il linguaggio del potere, dei leader nazionalisti, degli strateghi militari, dei preti invasati al loro servizio.
E ti rendi conto che, effettivamente, è un linguaggio monocorde, prevedibile, povero, tanto povero da essere identico sotto ogni bandiera: «Vi distruggeremo perché voi siete il Male e noi siamo il Bene». Hegseth e gli ayatollah, Ben Gvir e…
«C’è guerra perché non vengono pronunciate parole che la fermino», dice Mariangela Gualtieri, poeta, parlando con Sara Scarafia del suo spettacolo teatrale che sta viaggiando per l’Italia. Sulle prime la frase suona, appunto, poetica. (Licenza poetica, come suole dirsi). La dicesse un leader politico, o un intellettuale, parrebbe poco realistica, anche ingenua. Gli si domanderebbe: ti illudi forse di fermare i missili con le parole? E i carrarmati con una bella frase? Ma in che mondo vivi?
Poi ti chiedi — ed è una domanda molto concreta: direi filologica — quali parole sono state concretamente spese, attorno alle guerre recenti. Qual è il linguaggio del potere, dei leader nazionalisti, degli strateghi militari, dei preti invasati al loro servizio.
E ti rendi conto che, effettivamente, è un linguaggio monocorde, prevedibile, povero, tanto povero da essere identico sotto ogni bandiera: «Vi distruggeremo perché voi siete il Male e noi siamo il Bene». Hegseth e gli ayatollah, Ben Gvir e Hamas, anche se non lo sanno pensano la stessa cosa e dunque dicono la stessa cosa: vi uccideremo perché abbiamo ragione.
Allora ripensi in modo un poco diverso alle parole di Gualtieri. Indicano la miseria e la debolezza del linguaggio al potere — forse del linguaggio del potere in ogni epoca — e chiedono la fatica e la libertà di trovare parole meno scontate e logore. L’etimologia greco-latina di poesia è “fare, produrre”.
Essere poco poetici significa essere improduttivi? Pigri? Rassegnati a vivere dentro le solite quattro o cinque parole, sempre le stesse in tutte le lingue? Diciamo sempre: quanto è orribile la guerra. Ma quanto è prevedibile e noiosa, non lo diciamo mai.