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La scena madre della democrazia

L’amaca del 25 ottobre 2026
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Alla fine, si vota. In Brasile, in Israele, in Serbia, tra non molto negli Stati Uniti, in Spagna, in Francia, in Italia, le elezioni sono in arrivo e non esiste dubbio alcuno sulla loro drammatica eloquenza: sono la scena madre. Diranno chi governa. Influiranno in modo determinante sul futuro di quei Paesi e sui rapporti di quei Paesi con gli altri. Sull’economia. Sulla guerra e sulla pace. Le elezioni decidono, come il risultato di una partita che, al fischio finale dell’arbitro, è quello che conta. La cosa che rimane.

Tutto è cambiato e tutto cambierà, le forme della socialità e della comunicazione, c’è la rete e prima non c’era; le identità di classe e quelle individuali, c’erano i borghesi e la classe operaia e adesso non ci sono più. Ma l’idea che alla fine sia la conta dei voti che, in un modo o nell’altro, decide il risultato, quella non è cambiata e non cambierà fino a quando le democrazie elettorali dovessero collassare, dando inizio a tutt’altra partita.

Sbaglierò, ma il se…

Alla fine, si vota. In Brasile, in Israele, in Serbia, tra non molto negli Stati Uniti, in Spagna, in Francia, in Italia, le elezioni sono in arrivo e non esiste dubbio alcuno sulla loro drammatica eloquenza: sono la scena madre. Diranno chi governa. Influiranno in modo determinante sul futuro di quei Paesi e sui rapporti di quei Paesi con gli altri. Sull’economia. Sulla guerra e sulla pace. Le elezioni decidono, come il risultato di una partita che, al fischio finale dell’arbitro, è quello che conta. La cosa che rimane.

Tutto è cambiato e tutto cambierà, le forme della socialità e della comunicazione, c’è la rete e prima non c’era; le identità di classe e quelle individuali, c’erano i borghesi e la classe operaia e adesso non ci sono più. Ma l’idea che alla fine sia la conta dei voti che, in un modo o nell’altro, decide il risultato, quella non è cambiata e non cambierà fino a quando le democrazie elettorali dovessero collassare, dando inizio a tutt’altra partita.

Sbaglierò, ma il segnale decisivo che la politica può tornare forte, può cambiare le cose, è l’afflusso alle urne. Ovunque. E lo si è visto pochi mesi fa, in Italia, con il referendum, nel quale il dato più importante, e anche il più inatteso, è stato l’alta affluenza. In controtendenza.

Puoi essere un cittadino esemplare o spaccare le vetrine, un fautore dell’ordine tradizionale o il più irrequieto dei movimentisti: ma se non voti non conti, e fai contare di meno quella convenzione sociale, ancora determinante, che chiamiamo democrazia elettiva. La domanda in assoluto più interessante, rispetto ai tumulti giovanili in corso, è dunque, alla fine: quanti di loro andranno a votare?

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