Arbasino, il non-casalingo di Voghera più imitato (Invano)
Francesco MerloNell’elenco dei grandi italiani, Alberto Arbasino è, se si potesse dire, il più irripetibile di tutti, ma al tempo stesso il più replicato di tutti. Non ha eredi, ma è l’inimitabile più imitato, solo in questo come Flaiano e come Longanesi che sono le benedizioni autorevoli al controsenso e al contromano. Arbasino era invece lo Stile, l’italiano disinvolto che frugava nell’America di Kissinger e nelle avanguardie tedesche, il primo a mischiare l’alto e il basso, gli studi classici e il gossip, con una leggerezza speciale che sarebbe bene liberare dalla pesantezza degli arbasiniani, i quali già da vivo lo chiamavano «maestro», dicevano «è sublime», «è sontuoso».
E per capire bene quanto l’eccellenza di uno stile possa diventare cattiva abitudine nazionale, bisognerebbe rivedere le dieci puntate di Match che andarono in onda sulla Rete due nel 1977. Arbasino era di quelli che capivano prima degli altri gli errori e gli orrori del nostro Paese. Era nato in anticipo. E infatti portò in tv non la chiacchierata ma lo scontro, duelli memorabili stimolati da un guastafeste metafisico, un conduttore virtuoso del sapere, del dire e del saper dire, un timido appassionato tutto fuoco e ghiaccio. Arbasino inventò quella pirateria intellettuale in tv che oggi, dopo più di quarant’anni, è degenerata nel trash delle gabbie, della arene, dei talk all’ultimo insulto.
Ricordo invece la meraviglia del certame tra Monicelli e Nanni Moretti, la commedia italiana contro il film d’autore. E Paolo Portoghesi contro Leonardo Benevolo, il postmoderno contro il moderno. E ancora Indro Montanelli contro Giorgio Bocca, Giorgio Albertazzi contro Memè Perlini... Forse senza leggerlo e sicuramente senza capirlo, molti gagà italiani oggi credono che la raffinatezza sia mandare a stirare le camice a Londra, che il “gazzettino del bel mondo” sia l’ amore per le vecchie contesse, che si devono frequentare le mostre d’arte ma solo nelle grandi capitali, e che sia gli aneddoti sui nostri cari defunti e sia i coccodrilli “in morte di” (oggi tocca a lui) servano solo ad esibire se stessi: «io e Flaiano», «in trattoria con Pasolini», «al mare con la Callas», «compravo le cravatte a Gadda».
La potenza di Fratelli d’Italia, il divertimento feroce delle note sparse dappertutto, le polemiche e le invenzioni derisorie, le tipizzazioni socio letterarie dalla casalinga di Voghera alla sora Cecia sino ai ragazzi con la vita bassa, fanno di Arbasino il nostro Thomas Bernhard con la perfidia di una penna che in mani altrui degenera subito in invidia. La sua omosessualità estetizzante e i suoi aforismi, migliaia di libri dentro gusci di noce, lo avvicinano all’Oscar Wilde che non abbiamo avuto, in un paese che scambia l’aforisma con la battuta e con la barzelletta. I Ritratti italiani, che non classificano ma elencano in ordine alfabetico, sono i Vangeli dell’ irripetibile, le testimonianze di una fede incrollabile nell’individualismo che non fa scuola.