La carezza
Una recensione senza malizia su opere e personaggi, eventi e oggetti (anche tecnologici) della nostra cultura. Ogni lunedì il podcast di Francesco Merlo su Repubblica

La bella Italia di Carlo Aymonino, l'architetto rosso

Fedeltà al tradimento è la genialità del titolo che racconta l’architetto rosso, il quale ha costruito tantissima Italia, solo un po’ meno di Piacentini che fu l’architetto nero. Carlo Aymonino  fu compagno aristocratico come Luchino Visconti e dunque con il tradimento “in corpore”, e fu radical chic come quelli del Mondo, ma troppo comunista per loro, e perciò  “la sera non andavamo in via Veneto” ma “la sera andavamo all’Harry’s Bar” che fu il contrario del Roxy dove “forse non ci troveremo mai/ ognuno a rincorrere i suoi guai”, perché lì, a Venezia, c’era invece un comunismo allegro e di gruppo, il realismo socialista e i disegni di Marilyn e dei Beatles in versione pop classicista. In quell’Italia bella, Aymonino era più bello del suo amico Guttuso, con una forte somiglianza con Renato Salvatori. Leggero e decadente a Venezia e a Capri, dove era al mare quando morì il suo Togliatti, si spense a Roma a 84 anni, ma dopo avere acceso il sol dell’avvenire nelle periferie, sempre pensando all’Unione Sovietica degli anni Venti e al Ring di Vienna. Sulla lapide: architetto comunista. Ecco, capita qualche volta anche in Italia che le mostre non siano solo grafica sociale e  cafonal per Dagospia. Qui l’architettura è la solidità della storia: la tocco mentre l’attraverso. Curata per la Triennale da Manuel Orazi, storico dell’Architettura, editore, professore, e molto spesso ricciuto giornalista, occupa, con una scenografia da teatro dell’Opera, l’enorme spazio della Curva che sembra colorata dallo stesso Aymonino, il quale disegnava come un pittore e calcolava come un geometra. E mentre immaginava le città del futuro con la testa al capitalismo di Le Corbusier  univa nella lotta i contadini  inurbati di Roma-Tiburtino e gli operai  di Milano-Gallaretese,  non il socialismo in un solo paese, ma il socialismo in un solo quartiere, le Spine Bianche di Matera, e la rivoluzione permanente dentro un monumento da percorrere,  un monumento- città come la villa di Diocleziano a Spalato. Cercando con gli occhi la biografia, trovo tre mogli e quattro figli, la bandiera rossa per amore di Luciana Castellina e poi amanti e fidanzate e le famiglie del comunismo che si intrecciano, miti maschili che volevano rifare il mondo con la bellezza, ma dietro le loro gambe c’erano la Biennale, l’Accademia d’Arte, i poeti, i pittori, i registi e gli scrittori, le battaglie politiche, un libertinaggio fatto di amori complicati …, e tutte sembravano scappate dalle tavole di Crepax, ma con la stella  rossa. E allora torno all’architettura, mi perdo nella tipografia Dedalo di Bari e mi ritrovo nel tribunale di Lecce, passo per Brindisi, Pesaro e piazza Mulino di Matera. Dopo il teatro di Avellino è un trionfo di quadrati , cerchi e triangoli. E ancora spaesamenti ed estraneazioni  quando, nel Foro Romano, alzo gli occhi  e dalle finestre vedo  il Castello Sforzesco e  il Parco Sempione, veri  belli e sicuri. Ma non c’è paragone con il falso autentico dei tre metri di polistirolo che riproducono il Colosso prima che diventi Colosseo.

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  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/la-carezza/2021/08/01/audio/la_bella_italia_di_carlo_aymonino_larchitetto_rosso-422987953/

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