Ma la bicicletta è di sinistra?
di Francesco MerloPiù della libertà e dell’eguaglianza, degli immigrati e della legge Zan, a dividere destra e sinistra è la bicicletta. Come se le due ruote fossero ancora gonfiate dall’ideologia, solo la bicicletta ha fatto correre la campagna per le comunali del 3 ottobre, altrimenti pigra e persino pavida, nonostante “l’impegno stressantissimo” e ”la faticaccia enorme” denunciate dall’eterno incompiuto, il ”sempre quasi” Giuseppe Conte che “quasi quasi non ce la faccio più”. Dunque i candidati della destra combattono “i quattro scemi radical chic” che da Bolzano a Napoli “bloccano le città e le economie locali” e il pediatra Bernardo vuole “liberare” Milano mentre l’avv. Michetti denuncia che a Roma la bicicletta è appunto “ideologica”, e i ragazzi di Giorgia Meloni minacciano di picconare quei cordoli di cemento che pericolosamente a volte separano le piste ciclabili dalle carreggiate. Insomma, la bicicletta non piace alla destra ed è invece per la sinistra “compagna dell’uomo di pensiero” (Savinio), indispensabile per impratichirsi con la sintassi, l'educazione e il decoro delle città e, infatti, come profetizzava lo stesso Savinio, a Milano “si sono viste biciclette lasciarsi morire sulla tomba del padrone”. Eppure nel magazzino degli archetipi italiani ci sono sia i simpatici e disgraziatissimi ladruncoli di De Sica e Zavattini sia Mussolini elegante e virile che pedala in pantaloni e camicia bianca, cravatta nera e scarpe bianche e nere. La verità è che nessuno sa quando e perché la bicicletta è diventata di sinistra, non certo nel 1951 con “ma dove vai?, bellezza in bicicletta” e forse neppure nel solito 68 con Yves Montand. In fondo era stato D’Annunzio che, pur amando di più il cavallo, l’auto e l’aereo, aveva scritto “gli immortali versi” scolpiti a Porta Pia sul retro del monumento al Bersagliere : “La mia ruota in ogni raggio /è temprata dal coraggio /e sul cerchio in piedi splende /la fortuna senza bende”. Poeti malati come tutti i feticisti, i ciclofili e i ciclomani hanno prodotto sulla bici più letteratura e arte che su qualsiasi altro manufatto, e ci sono ovviamente antologie che - non abbiate paura - vi risparmio, ricordando qui solo i primi versi della bellissima Preghiera di Giorgio Caproni, il quale presta la bicicletta alla propria anima e la manda a cercare la madre che, appena morta, era forse ancora lì, tra i vivi e i morti : “Anima mia, fa’ in fretta. / Ti presto la bicicletta, / ma corri. E con la gente / (ti prego, sii prudente) / non ti fermare a parlare / smettendo di pedalare”. E ci sono ovviamente studi di sociologia e psicologia, e persino di matematica visto che “ciclo”, dal greco kuklos, è ruota e cerchio. La ciclologia, che della bicicletta dovrebbe compendiare tutto, fino al giro d’Italia e al giro di Francia, è quell’antica scienza dei numeri perfetti che appassionava René Guénon, uno degli ispiratori, oltre che delle canzoni di Battiato, di quel poco che a destra è ancora Cultura. A due ruote.