La carezza
Una recensione senza malizia su opere e personaggi, eventi e oggetti (anche tecnologici) della nostra cultura. Ogni lunedì il podcast di Francesco Merlo su Repubblica

Mattarella al gran valzer del giuramento

Il giuramento, nell’italiano di Dante, è «l’affermar che fa credere altrui». È, dunque, il rito che dovrebbe spingere gli italiani a credere alle parole – «giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservarne lealmente la Costituzione» – che “il nuovo” capo dello Stato pronuncerà a Montecitorio davanti al Parlamento che lo ha ri-eletto. E vedremo se, per meglio convincerli, il “ri-Mattarella” si porterà la mano sul cuore e con quanta commozione. Nell’Italia «sensibile e immaginosa», la cerimonia del giuramento, che ovviamente prevede l’attesissimo discorso con i suoi scontatissimi applausi, più che solenne sarà sonora, perché il presidente entrerà a Montecitorio accompagnato dalle campane, che sono da sempre la nostra ideologia festosa, il din don al quale si sottomisero anche l’intelligenza di Leonardo da Vinci e il pessimismo di Leopardi, e ne uscirà con 21 salve di cannone, una ogni trenta secondi, sparate dall’obice del Gianicolo, quello che ogni giorno segna il mezzogiorno: «Fa ch’er cannone serva solamente / pè dì all’umanità / che sta arrivanno l’ora de magnà». La Repubblica ha derubricato l’istituto giuridico e religioso del giuramento a frivolezza mondana, resa dolce e lieve dalla sfilata per le vie di Roma sulla Flaminia scoperta. Anche l’omaggio all’Altare della Patria è solo una formalità del pragmatismo, e sono spettacolo le frecce tricolori. Tra gli storici italiani, chi meglio ha studiato questa inarrestabile perdita di valore del giuramento nell’Occidente laicizzato, è stato Paolo Prodi con il suo poderoso e bellissimo Il sacramento del potere (il Mulino). In realtà neppure il valore contrattuale che regola tutti i meccanismi della vita italiana è affidato al giuramento. Ed è vero che giurano tutti i dipendenti pubblici, e anche i professionisti: medici e avvocati e notai…, ma nessuno in Italia dà fiducia al giuramento laico: «credo nella bugia» cantava Giorgio Gaber. E c’è persino una ribalda simpatia per i mentitori, per «il giuramento del marinaio»: «lasciamo giurare i vili, i fraudolenti, i traditori, che ugualmente le promesse e i giuramenti hanno in non cale» dice il Bruto di Shakespeare. Non esiste infatti il reato di spergiuro, e ovviamente nessuno, spergiurando, commette peccato perché non c’è più l’invocazione della divinità, e come testimone e garanzia della verità ci sono lo Stato, la famiglia, la testa di mammà oppure…: «Io faccio un giuramento – dice il don Pasquale di Eduardo al nipote mariuolo – che non ho mai fatto a nessuno, io ti giuro sul direttore del bancolotto di Napoli che se non si trova la cinque lire io ti faccio passare ’o Natale o pronto soccorso». Insomma, la violazione del giuramento non viola il secondo comandamento e dunque Dante non potrebbe mandare nessuno dei bugiardissimi politici italiani alla Giudecca con Caino e Bruto e, fin dentro la bocca di Lucifero, con «Giuda Scariotto che ‘l capo ha dentro e fuor le gambe mena».

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