La carezza
Una recensione senza malizia su opere e personaggi, eventi e oggetti (anche tecnologici) della nostra cultura. Ogni lunedì il podcast di Francesco Merlo su Repubblica

Roberto Calasso uno sguardo lucido sull’Unione sovietica

Ce lo siamo detto e ridetto che l’Ucraina non è l’Ungheria e che la Russia di Putin non è l’Unione sovietica. Non è invece cambiata la soggezione culturale dell’Italia. Oggi, gli opinionisti da talk esibiscono lo stesso «fervore» con cui, sei mesi dopo l’invasione di Budapest, gli intellettuali dell’epoca «si preoccuparono di venire in aiuto alla Russia, magari muovendo qualche obiezione sommessa, ma sempre al fine di rinvigorirla». Lo scrisse Roberto Calasso che, nel suo L’impronta dell’editore (Adelphi 2013), si mise a sfogliare «un numero di Nuovi Argomenti del 1957 che portava il titolo “8 domande allo Stato guida”. Rispondevano: Mario Alicata, Antonio Banfi, Lelio Basso, Giuseppe Chiarante, Ernesto de Martino, Franco Fortini, Roberto Guiducci, Lucio Lombardo Radice, Valdo Magnani, Alberto Moravia, Enrico Pischel, Ignazio Silone». Si trattava «della élite intellettuale che andava dalla cerchia di Benedetto Croce a quella di Calamandrei e del Partito d’Azione. Non pochi tra i figli di quelle famiglie erano confluiti nel Pci». Ebbene, «con linguaggio plumbeo», lo scrittore italiano allora più noto nel mondo (Moravia), l’antropologo de Martino, il poeta Fortini, il filosofo Banfi, il responsabile culturale del Pci Alicata… «avevano a cuore, non che cosa era accaduto a Budapest, ma la salute dello Stato Guida». E appunto «con fervore denunciavano all’origine dei fatti di Ungheria», cioè dell’invasione, «carneficine di militanti comunisti largamente documentate ed esaltate dalla stampa borghese». È inevitabile oggi il paragone con la denunzia della «guerra fantasma che dal 2015 è in atto nel Donbass, dove truppe irregolari o semi-regolari ucraine, come il famoso battaglione Azov, hanno seminato migliaia di morti tra i russofoni». È vero che decisamente più basso è il livello degli intellettuali che giustificano Putin: a parte qualche eccezione come Luciano Canfora, Carlo Rovelli e pochi altri, oggi prevalgono le macchiette dei finti pacifisti alla Orsini e degli sfascisti screditati ma fracassoni alla Travaglio. La denuncia è la stessa: «Troppi i delitti e troppe le colpe contro la Russia». Leggendo che avevano deprecato Nenni «per avere azzardato una separazione verbale con l’Unione Sovietica» Calasso si chiese: «Era forse Lucio Lombardo Radice», matematico e pedagogista, «un crudo e rozzo agente sovietico?». Ovviamente no. E non lo sono oggi Massimo Cacciari e Alessandro Barbero. Eppure Lombardo Radice, «con maschia fermezza esortava a serrare le file contro i calunniatori della Russia». Manzoni concluderebbe: «Così va spesso il mondo... voglio dire, così andava nel secolo ventesimo». Invece Calasso dimostra che non sempre andava così. Già nel 1933, per esempio, a Georges Simenon era bastato passare in barca a vela dal Mar Nero, Odessa, Jalta, Sebastopoli, Batum, per «sentire» l’aria della Russia, «entrare nelle vene di quell’immenso sistema poliziesco» e scrivere Le finestre di fronte, «il più perfetto dei suoi romanzi».

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