La carezza
Una recensione senza malizia su opere e personaggi, eventi e oggetti (anche tecnologici) della nostra cultura. Ogni lunedì il podcast di Francesco Merlo su Repubblica

Come è grottesca l'invettiva su Telegram

"Vyrodki", "sfigati e fetenti": c'è il famoso lato buffo della tragedia nell'irruzione della malaparola nella guerra e nella politica internazionale. Lo sfogo sboccato di Dmitry Medvedev contro i nemici della Russia, ucraini e occidentali, - "bastardi e degenerati, finché sarò vivo farò il possibile per farvi sparire" - non rimanda alle strategie offensive di Klausewitz come le famose accuse - "dittatore omicida" e "criminale" - con le quali Biden aggredì il nemico Putin. È un'offensiva sì, ma di contumelie. E si sa che sempre le ingiurie nascondono un carattere spiritoso e gratuito. Achille Campanile lo chiamava umorismo involontario. Uno crede di fare qualcosa di serio e invece fa qualcosa di comico. Insomma, il "vyrodki" di Medvedev non è la parolaccia che scappa come un'emergenza e "risolve", non è l'abbagliante "merde!" con cui Cambronne a Waterloo rifiutò di arrendersi al nemico inglese e Victor Hugo celebrò così: "Chi ha vinto a Waterloo è Cambronne". È invece un'enciclopedia di insulti che Google a prima botta traduce "sfigati" ma, come ci ha raccontato Sebastiano Messina, assembla "vermi, farabutti, bastardi, fetenti, criminali, feccia, gentaglia, figli di puttana e degenerati". Dunque arriva, addosso a noi occidentali, una summa di saporiti epiteti come quella di Gargantua e Pantagruele contro i focaccieri: "cafoni, senza-denti, pelirossi, ubriaconi, cagaletto, furfanti, lime sorde, fannulloni, buzzoni, mirabolani, buonaniente, zoticoni, rompipalle, scrocconi, attaccabrighe, mogherini, buffoni, tangheri, bighelloni, allocchi, balordi, merendoni, gabbadei, sbroffoni, guardiani di stronzi, pastori di merda". Più bile che pernacchia, più rabbia che sbeffeggiamento, la malalingua che il vicepresidente russo ha sfogato nella solitudine del suo Telegram neppure esalta lo spirito di combriccola, quel sostenersi reciprocamente nel buio di un'ideologia che, per esempio, ancora nel luglio del 2009 portò Matteo Salvini a intonare con i militanti razzisti della Lega un coro contro "i napoletani colerosi e sporchi come cani". Telegram non è l'osteria e può darsi pure che il vice di Putin avesse sbevazzato come Salvini, ma il suo sfogo non ci arriva alla fine di una festa sguaiata. È solitario e sconnesso, e perciò comico, fuori luogo e dunque grottesco, com'è sempre la comicità involontaria che si insinua nella tragedia, da Euripide al soldato Švejk. Tra il kitsch e il trash, Paolo Albani ne ha scritto un magnifico dizionario (L'umorismo involontario, Quodlibet, 2016) e qui l'invettiva di Medvedev bene starebbe accanto alla sfuriata - il racconto è di Vittorio Imbriani - accuratamente preparata per essere cattivissima con desinenza in one: "minchione, coglione, buffone, tambellone, bighellone, scempione, moccione, corbellone, babbione, gocciolone, bietolone, ignatone, moccicone, galeone, ghiandone, moccolone, lasagnone, maccherone, palamidone, bacchillone, tempione, uccellone, mellone, mazzamarrone e pappacchione".

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