La carezza
Una recensione senza malizia su opere e personaggi, eventi e oggetti (anche tecnologici) della nostra cultura. Ogni lunedì il podcast di Francesco Merlo su Repubblica

Vite moleste. Mughini racconta i rompiscatole

Si aprono tutti con un colpo di piatti i libri di Giampiero Mughini. E "care e cari rompicazzi, quanto vi amo" sonoramente apre questa galleria di vite moleste che, se fossi Mughini, porterei in teatro: atti unici come "frecce avvelenate". Basterebbe un leggio, il Novecento per immagini, e de te fabula narratur: i Rolling Stones e Marina Ripa di Meana, Giovanni Ansaldo e Giuseppe Prezzolini, Giaime Pintor e Gianni Celati, leggende e fatterelli al servizio dell'idea "bastarda" che non si fanno buone azioni se non sulla base di cattivi principi e viceversa. E sul palco diventerebbe fisicamente chiaro che l'autore offre sé stesso come modello dell'oltraggio. Così benefico e così spontaneo, sia nell'accoglienza affettuosa sia nell'ingiuria polemica, c'è dunque Mughini nella piscina dove annega Brian Jones e sul terrazzo di Prezzolini a guardare la luna di Manhattan. C'è Mughini nella casa di Marina e Carlo Ripa di Meana nel quartiere Prati, e così nella stanza dell'hotel Santa Chiara dove si consuma l'iscrizione al Fascio di Giovanni Ansaldo "uno dei più grandi giornalisti di tutti i tempi" che 10 anni prima dai fascisti era stato fracassato di botte, arrestato, confinato, graziato, e nei diari confesserà "l'amore della paga. Tutti ormai abbiamo capito che posizione, paga, onori, sono legati e condizionati alla protezione tedesca". C'è però un libro dentro questo libro, prima che la galleria diventi ventaglio di sketch, con gli impeti e gli scatti fulminei dell'affascinate prosa di Mughini, che si concede persino di mettere tra parentesi il più geniale dei coups de génie: la somiglianza tra Giaime Pintor e Mario Draghi. Le prime 111 pagine di I rompicazzi del Novecento (Marsilio) sono dedicate agli "animali selvaggi" della Romania. Legate, in giovinezza, ai terribili fascisti, violentissimi criminali antisemiti, delle Guardie di ferro di Codreanu, sono le biografie di Mircea Eliade, storico delle religioni, che resterà fascista anche negli anni dell'insegnamento a Chicago, e di Emil Cioran che nel 1967 scriverà invece a un amico che la notizia più bella è la vittoria, nella guerra dei sei giorni, degli israeliani di Moshe Dayan. Insomma, il primo capitolo, intitolato Quei figli di puttana del gennaio 1941 a Bucarest, è uno studio di gusto e di ingegno, accademico e avvincente, su una Romania che ci ha dato, anche, forse soprattutto, Eugène Jonesco che quei fascisti non cesserà mai di descriverli sprezzantemente come gente con la testa e gli stivali di ferro. Mughini, che per tanti anni è passato inascoltato e deriso come già Cassandra fra i troiani, pensa oggi, proprio come (quasi) tutti - perché è questo il nuovo luogo comune - che fascisti e antifascisti siano solo vecchie inanità. Ma il suo bellissimo racconto di quella Romania dimostra la verità di quel che nega: Jonesco aveva ragione. Anzi, ha ragione. 

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  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/la-carezza/2022/12/11/audio/vite_moleste_mughini_racconta_i_rompiscatole-422987723/

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