La carezza
Una recensione senza malizia su opere e personaggi, eventi e oggetti (anche tecnologici) della nostra cultura. Ogni lunedì il podcast di Francesco Merlo su Repubblica

Cravatte, Occidente e libertà

È voglia di Occidente e di libertà la cravatta che gli uomini sono tornati a indossare in Iran, anche se in Occidente la cravatta non è un simbolo di libertà e anzi è proprio togliendola o solo allentandola che ci si mette in libertà. E va bene che ci sono professori di raffinata dottrina che raccontano la geopolitica della cravatta, ma la verità è che nessun genio del marketing, nessuno studioso di semiotica e neppure i poeti avrebbero mai aggiunto la cravatta ai simboli della libertà, all’albero della Rivoluzione francese, ai nastri e alle coccarde tricolori, al berretto frigio, e ancora alle statue, alle campane, agli angeli e alle bandiere della libertà. Noi occidentali identifichiamo la cravatta con la sobrietà; per noi è l’accessorio non  del “vestire bene”, ma del “vestire per bene” e dunque del fare e del pensare per bene, la cravatta del borghese, un simbolo liberale perché è (quasi) obbligatoria nelle professioni liberali: avvocati, professori, manager. La cravatta diventa interclassista, cioè per tutti, nelle cerimonie solenni, battesimi, matrimoni, lauree, ma non nelle feste dove la libertà è la fantasia dell'abito, la provocazione dei jeans bucati e sbiancati, la sparizione dei confini tra l'eleganza maschile e quella femminile tanto nello stile straccione quanto nella ricercatezza, che so?, delle camicie ampie alla spadaccina. È dunque il borghese liberale e secolarizzato che i fanatici musulmani, i feroci ayatollah e i macellai talebani, combattono nella cravatta che perciò sta diventando, suo malgrado, un timido simbolo della libertà maschile nell’Iran dove la rivolta è stata sinora solo femminile. Secondo voi merita, la cravatta, questo blasone di libertà? “La cravatta – cantava Ettore Petrolini - è quella cosa distintiva delle classi: fra i tumulti ed i fracassi riconosci il loro partito”. Infatti, in Italia è blu con il tricolore la destra di Giorgia Meloni, blu a pallini è Berlusconi, verde è la Lega sin dai tempi di Bossi, e rossa era quella socialista. Ma sono codici di conformismo, come la cravatta di ordinanza che, nero su nero, identificava i fascisti: “Se non li conoscete guardategli un po' addosso / l'organica allergia che c'hanno per il rosso” era la terribile canzone di Fausto Amodei ne ‘68.

Sì, c’è stata la cravatta Lavallière, il lembo di stoffa che gli anarchici strappavano alla loro bandiera nera, ci sono stati i cravattini bianchi degli artisti e le cravatte sottili e nere dei Beatles, ma oggi la cravatta, sia rossa e sia nera, è d’ordinanza per tutti, ma propri tutti i membri del Partito comunista cinese, e anche per la nomenclatura russa, che era già incravattata nell’Unione sovietica, anche se Stalin non la portava, ma Lenin e Trotsky sì. Neppure Mao portava la cravatta, ma alleati e amici “senza limiti”, Putin e Xi Jinping, nel kitsch dei marmi dorati del Cremlino, hanno esibito cravattone con un nodo più grosso del Windsor o Scappino, il nodo “alla dittatore”.

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  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/la-carezza/2023/03/26/audio/cravatte_occidente_e_liberta-422987938/

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