Il senso dei dittatori per il treno
di Francesco MerloNon c’è alcun mistero psicanalitico nell’amore smodato che i dittatori hanno per il treno, che è stato, persino più della bandiera, il simbolo e l’orgoglio degli stati nazionali. E infatti il mondo si stupì e si spaventò per l’eccesso delle 82 tonnellate di blindatura della carrozza verde di Stalin, con la grande vasca per il bagno del piccolo padre, che oggi è il pezzo più pregiato del museo di Gori, in Georgia. E 85 anni dopo ci sembrano più inquietanti che grotteschi il treno di Kim Jong-un e quello segreto di Putin che è costato 74 milioni di dollari e viaggia per stazioni segrete con le sue palestre, il bagno turco e le sue bombe. “Cicco Kim”, come lo chiama genialmente Dagospia, ha “dispiegato” i suoi leggendari 90 vagoni per 680 km e 20 ore di viaggio da Pyongyang a Vladivostok e poi mentre, su un treno russo, incontrava Putin, dalla sua Corea partivano due missili balistici verso il Mar del Giappone. I 90 vagoni e le 45 testate nucleari esibiscono la stessa volontà di potenza. Senza le ferrovie non ci sarebbero stati gli imperi. Se è esistita l’Unione Sovietica con i suoi undici fusi orari è stato grazie alla sua rete ferroviaria, ai capolavori di ingegneria come il ponte sul Volga, costruito nel 1880. E poi la “locomotiva del progresso” in piena guerra mondiale, il 4 aprile 1917, trascinò il vagone piombato proveniente dalla Svizzera con a bordo Lenin e il nocciolo duro della rivoluzione. Anche il feticismo storico prospera sulla fascinazione e infatti il famoso “treno blu” di Tito in mogano e legno di pero, velluti e sete, è tornato in funzione per i turisti e la Romania sta per rimandare sui binari quello di Ceau?escu, simbolo della megalomania più kitsch. Insomma, esistono ancora quasi tutti i treni dei dittatori del Novecento, anche quelli di Salazar, Franco, Bokassa, Mao, Gheddafi, grandi timonieri e imperatori, dominatori dominati dall’amore per la ferrovia. Solo Hitler non volle che gli sopravvivessero i 17 vagoni blindati che furono distrutti in gran segreto dalla Wehrmacht nel 1945 e ancora adesso si sa solo, da qualche documento, che c’erano i bunker, i cannoni antiaereo, la sala cinema e, nei bagni, i rubinetti doro, ma neppure sul nome in codice gli storici sono d’accordo: alcuni propendono per “Erika”, altri per un ironico Amerika. Anche Hitler, come tutti i dittatori, si sentiva più sicuro e più potente sul treno e infatti ne regalò uno al Duce che aveva, come treno del cuore, quello della Marcia su Roma. E su un treno, il 7 giugno del 1941, l’Istituto Luce scandì «per lo storico incontro, il Duce invita il Führer nella sua vettura salone». Ebbene, nulla è cambiato: ancora sui treni i dittatori sognano di celebrare la storia, sui binari che hanno disegnato i territori e i confini delle Patrie, sulla ferrovia che è stata la bussola degli stati nazionali, a cominciare dall’Italia che dai poeti è stata inventata e dai treni è stata unita.