Perché spero che Garrone non vinca l’Oscar
di Francesco MerloSperiamo che la candidatura all’Oscar non rovini anche Matteo Garrone e che non ammazzino di premi e di benedizioni papali il suo Io Capitano. «I premi è meglio non meritarli» non è solo una battuta di Ennio Flaiano, che peraltro i premi li prendeva e pure importanti, ma è un compendio di filosofia, che racchiude in un’abbagliante e paradossale frasetta il contrasto tra l’artista e il suo tempo, conferma che la poesia è una coltellata al mondo, figlia di una disperazione contro la storia, contro il proprio Paese, contro lo spirito del tempo. E difatti il film di Garrone è in aperto contrasto con l’Italia che dagli immigrati è spaventata e perciò li imprigiona e contesta loro il reato di esistere: clandestini, illegali, penalmente responsabili della propria miseria, con l’aggravante della fuga dalla tortura e del naufragio. Garrone li promuove invece a protagonisti di un romanzo conradiano. Senza troppa retorica, racconta un mondo di capitani coraggiosi, ci regala un bellissimo film per eterni bambini. Senza avventurami nell’ennesima recensione, penso che il suo magico realismo e la sua dolce poesia finale siano possibili solo nel disagio, nella sofferta opposizione a un Paese, anzi a una Nazione di vecchi e cattivi, agli italiani che, sulle coste siciliane e calabresi, hanno per sempre perduto l’innocenza. Allo stesso modo La vita è bella di Benigni, che prese l’Oscar nel 1999, opponeva all’orrore della guerra la dolce fantasia dei bambini proprio quando il realismo più amaro convinceva il governo D’Alema a bombardare la Serbia. Meritare i premi significa riempirsi di spirito del tempo, inseguendo la banalità e la confezione da Oscar che è l’ossessione perdente dei registi italiani. Era invece uno svuotamento liberatorio nel 1978 Una giornata particolare di Ettore Scola. Contro l’Italia insanguinata del coro, delle masse, delle adunate ideologiche, dell’utopia collettiva, che era finita, insieme al cadavere di un povero vecchio, nella tomba-bagagliaio di via Caetani, quel film celebrava il pensiero solitario, la scoperta che nella piazza e nell’adunata non nascono ma muoiono le idee, e nella folla si spegne pure l’amore. Andando ancora indietro, nel 1960, La dolce vita, di cui Flaiano firmò la sceneggiatura, contrapponeva all’Italia bigotta del sesso represso e torbido le forme rotonde e piene di una donna del nord. Con un nesso profondo tra Fellini, che si era formato sessualmente nella case chiuse, e la senatrice socialista Lina Merlin che nel 1958 le aveva abolite, quel peccato biondo nella Fontana di Trevi annunciava, con un’apparizione scandalosa nella Roma gretta e papalina, la nuova donna italiana. Si fa poesia quando si sta male: la poesia come cattiva azione contro qualcuno o contro tutti, un atto solitario contro se stessi o la rabbia collettiva di una minoranza che smonta la ferocia del pregiudizio e sfida la violenza dell’attualità, la poesia di Garrone come risorsa, il grande cinema di Garrone come liberazione.