La carezza
Una recensione senza malizia su opere e personaggi, eventi e oggetti (anche tecnologici) della nostra cultura. Ogni lunedì il podcast di Francesco Merlo su Repubblica

Il nuovo potere di Gnecco er Matriciano

L’unico successo della cultura di destra è il suono romanesco che il nuovo potere ha imposto al Paese, la parlata strascicata di Giorgia Meloni. A Chigi “l’italiano sfatto”, come diceva Moravia, è quello delle interiezioni, “daje” alla fine di ogni frase e “stacce”, “stai manzo”, “m’arimabarza”, “t’accolli”. Così lo staff, da Giovanna Ianniello a Patrizia Scurti, e uscieri e portaborse, il cognato Lollobrigida che pare Gnecco er Matriciano e ovviamente Arianna, moglie e sorella romanaccia. Di quel mondo prossimo venturo che nell’aprile scorso fu immaginato dagli “Stati Generali” della Cultura, diretti dal ministro Sangiuliano, null’altro si è ancora imposto come dominio condiviso. La Rai, espugnata, precipita negli ascolti. La destra occupa tutte le poltrone, perché “è lo spoils system, bellezza”, ma sinora sembra l’egemonia dei tontoloni. I mejo intellettuali di destra sono gli stessi da decenni, Guerri, Cardini, Veneziani, Tarchi… e finalmente con la Biennale vedremo all’opera Pietrangelo Buttafuoco. Non ci sono nuovi scrittori, registi, pittori, attori e professori. È un flop Pino Insegno, ed è un mezzo flop il Comandante Favino. È naufragata in una buffa velleità, non di egemonia ma di mitomania culturale, la celebrazione del Signore degli anelli come mito fondativo della “Signora Giorgia degli anelli”. È bella, al Maxxi di Giuli, la mostra su Jacovitti, un genio del fumetto che però ce l’aveva fatta già negli anni più gramsciani. Ridicolo è stato l’assalto a Dante sulla scia dell’inno Giovinezza: “La vision dell’Alighieri oggi brilla in tutti i cuor”. È segnata dal macchiettismo la crociata contro l’inglese di Rampelli. Sono penose le battaglie sul sovranismo alimentare. Non ci sono a destra storici dell’alimentazione made in Italy: i libri di riferimento sono ancora e sempre quelli di Elisabetta Moro e Marino Niola. E non ha portato fortuna al filosofo coreano Byung-Chul Han la citazione di Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura, che lo celebrò come l’Habermas della destra. Indimenticabile la preghiera der Mollicone: «L’Italia è mio padre, l’Italia è mia madre, ho gerarchie d’amore, vorrei che l’Italia fosse dei miei figli e voglio che resti Italia». Davanti a quest’intruglio, si capisce perché il più applaudito sia ancora Pingitore, quello del Bagaglino, chiuso nel 2011, dove pure Berlusconi si romanizzava tra Pippo Franco, Oreste Lionello e Pamela Prati nel ruolo della donna serpente. Quella sì che era egemonia culturale di destra, la trippa dell’umorismo italiano. A orchestrare l’intonazione, che non è il bonario dialetto dei compiaciuti difetti nazionali, da Belli ad Aldo Fabrizi, da Trilussa a Sordi, da Petrolini a Proietti, da Manfredi a Verdone, ma è solo una pronuncia, una “calata”, come la chiamava Tullio De Mauro, c’è er fidato Fazzolari, che dirige anche il ciociaro Tajani e Rampelli, Abodi, Isabella Rauti e “anvedi “ Durigon… sino al Tg1 di Chiocci, più romano del Rugantino.

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  • Copiato negli appunti https://puntoitalia.online/rubriche/la-carezza/2023/11/26/audio/il_nuovo_potere_di_gnecco_er_matriciano-422988287/

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