Il referendum e la furbizia dei due forni
di Francesco MerloStasera, a urne chiuse, misureremo la reale stanchezza degli italiani verso il referendum, quel genere di pigrizia che per Gobetti fu tra le cause del fascismo: la voglia di delegare, affidarsi e consegnarsi. E comunque vada a finire, domani torneremo a parlare di una riforma costituzionale per cambiare o addirittura abrogare il referendum magari con un referendum. E forse il paradosso del referendum sarà quello di diventare un pretesto per la propria soppressione.
Referendum è un gerundivo, dunque un dovere, e il dovere in Italia eccita i furbi specializzati nel non compierlo. Tutte le parole derivate dal gerundio sono antipatiche: le mutande da cambiare, le pudenda da nascondere, il memorandum delle cose da tenere a memoria. «L’uomo politico guarda alle prossime elezioni, l’uomo di Stato guarda alle prossime generazioni» disse Mario Monti citando De Gasperi quando spiegò agli italiani che lui non aveva un programma, ma un’agenda, l’elenco delle necessità da fare (agere, agire). «Io …
Stasera, a urne chiuse, misureremo la reale stanchezza degli italiani verso il referendum, quel genere di pigrizia che per Gobetti fu tra le cause del fascismo: la voglia di delegare, affidarsi e consegnarsi. E comunque vada a finire, domani torneremo a parlare di una riforma costituzionale per cambiare o addirittura abrogare il referendum magari con un referendum. E forse il paradosso del referendum sarà quello di diventare un pretesto per la propria soppressione.
Referendum è un gerundivo, dunque un dovere, e il dovere in Italia eccita i furbi specializzati nel non compierlo. Tutte le parole derivate dal gerundio sono antipatiche: le mutande da cambiare, le pudenda da nascondere, il memorandum delle cose da tenere a memoria. «L’uomo politico guarda alle prossime elezioni, l’uomo di Stato guarda alle prossime generazioni» disse Mario Monti citando De Gasperi quando spiegò agli italiani che lui non aveva un programma, ma un’agenda, l’elenco delle necessità da fare (agere, agire). «Io sono un’agenda» arrivò a dire. Sull’agenda non si segnano le cose indimenticabili, ma quelle dimenticabili.
Le intermittenze del cuore, per esempio, non si segnano: «Lunedì 9 giugno ore 12,30: mi sposo». Allo stesso modo un Parlamento che vuole una legge non si affida a un referendum, ma la approva: l’abolizione, nel 1958, delle case chiuse (385 favorevoli e 115 contrari); nel 2004 l’abolizione del servizio di leva obbligatorio (433 sì, 17 no, 7 astenuti); il riconoscimento, nel 2016, delle unioni civili tra coppie omosessuali (369 a favore,193 contrari, 2 astenuti). Insomma, per le cose che vuoi fare non c ‘è bisogno né dell’agenda né del referendum, i quali scandiscono solo gli obblighi, con un No, con un Sì, oppure con un “Sì ma anche No”, che è il trucco filosofico del “voto un non voto” con il quale una Giorgia Meloni contorta e imbrogliata, dorotea, esoterica e per iniziati, la nuova Meloni dell’ossimoro, ha seppellito la Meloni delle emozioni, la pasionaria delle periferie, l’esaltata che fu premiata alle elezioni politiche.
Per gli stranieri l’ossimoro è un manicomio, l’irrisione di sé stessi, il non senso al quale l’Italia affida l’inconfessabile, anche la complicità con il nemico, per esempio, quel nostro essere schierati con Zelensky, ma tenendo nel governo filo ucraino il vicepremier Salvini e la sua Lega filo russa. Il paradosso dello sdoppiamento si ripete, persino più illogicamente, nell’opposizione, dove il Pd e i 5stelle sono costretti all’azzardo dell’alleanza, ma Elly Schlein sta con l’aggredito ucraino e Conte sta con l’aggressore russo. E però disporre di due identità, con Trump ma anche con Musk, e giocarle con opportunismo non è solo fonte di disagio, di confusione e paradossi, è anche un’altra via d’uscita, un espediente della coscienza, un trucco della morale tipicamente italiano, la furbizia dei due forni come arte di governo, la fame del lupo con la cuffia della nonna abbassata sulla faccia.