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Napolitano, la storia dei “se” e Berlinguer

Giorgio Napolitano (1925-2023) 

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Gli uguali e contrari, i carissimi nemici che si contendono gli universi paralleli dell’Italia scomparsa, non sono, come vuole l’epica, Andreotti e Berlinguer, ma sono, suggerisce Giuliano Amato, Napolitano e Berlinguer. Gli opposti d’Italia non sono “il divo” di Sorrentino e “l’antidivo” di Elio Germano, ma i due santi della sinistra, il rigoroso e il generoso, il pedante e l’austero, il funzionario della necessità e il carisma della popolarità, il presidente della Repubblica e il segretario del Pci. E se i ruoli si fossero invertiti? Se, nel 1972, invece di Berlinguer, segretario del partito fosse diventato Napolitano?

Ai divertiti “se” della filastrocca di Gianni Rodari — «se comandasse Arlecchino, se Gianduia fosse ministro» — Am…

Gli uguali e contrari, i carissimi nemici che si contendono gli universi paralleli dell’Italia scomparsa, non sono, come vuole l’epica, Andreotti e Berlinguer, ma sono, suggerisce Giuliano Amato, Napolitano e Berlinguer. Gli opposti d’Italia non sono “il divo” di Sorrentino e “l’antidivo” di Elio Germano, ma i due santi della sinistra, il rigoroso e il generoso, il pedante e l’austero, il funzionario della necessità e il carisma della popolarità, il presidente della Repubblica e il segretario del Pci. E se i ruoli si fossero invertiti? Se, nel 1972, invece di Berlinguer, segretario del partito fosse diventato Napolitano?

Ai divertiti “se” della filastrocca di Gianni Rodari — «se comandasse Arlecchino, se Gianduia fosse ministro» — Amato, durante la fastosa celebrazione del centenario di Napolitano, ha dunque aggiunto il suo: «La storia d’Italia sarebbe stata diversa se Napolitano non fosse rimasto in minoranza e se la sua prospettiva fosse stata condivisa da un uomo di grande fascino, ma privo di vedute per il futuro». E però, prima di contrapporre il caratteraccio preveggente di Napolitano al fascino cieco di Berlinguer e scatenarci poi con il compromesso storico (1973), l’arrivo di Craxi (1976), il caso Moro (1978) sino, nel 2006, all’elezione di un altro capo dello Stato, valutiamo bene questo “gioco dei se” che riapre le classifiche del meglio e del peggio.

Benché controcorrente, il “se” di Amato è autobiografico, una malinconia da occasione perduta, da rimpianto controfattuale: ah se Napoleone avesse vinto a Waterloo; ah se Cavour fosse vissuto fino al 1900; ah se Napolitano avesse vinto e convinto Berlinguer. Simboli di uno stesso mondo scomparso, celebrati dalla stessa retorica e dagli stessi retori, i due santi — ha detto Amato — nello stesso paradiso ancora non si baciano e non si abbracciano: «Questa è la verità che oggi è ancora difficile per molti accettare perché il fascino dell’altro, il fascino di Berlinguer, ha un che di emotivamente invincibile. Ma ha imbucato quella grande forza che era stata preservata con sacrificio, anche ideale, salvandola dal naufragio nel 1956, e l’ha portata verso il vuoto».

Amato arriva a difendere «l’errore» (così lo chiama) di Napolitano che nel 1956, schierandosi con la Russia che invadeva l’Ungheria, rimase nel Pci «evitando la dispersione della storia». E benché quella di Napolitano sia una biografia senza strappi, gli accredita tutti gli strappi che Berlinguer non fece (oltre a quelli che fece). Ma ci vuole più di un capitombolo di storiografia controfattuale per pensare che Napolitano avrebbe abbattuto il nostro muro prima che Berlino abbattesse il suo, che avrebbe cancellato il fattore K, che le Brigate rosse non avrebbero neppure tentato di uccidere Moro ma chissacchì, e che il Pci si sarebbe liberato dalla camicia di forza dell’ideologia comunista senza gli strappi di Occhetto, il tormento della Cosa, senza il blasone berlingueriano della sconfitta.

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