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Le magnifiche ossessioni degli architetti

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Come lo vinho do Porto non è vinho do Porto, così i grandi architetti non sono architetti. Jean Prouvé, per esempio, che presiedeva la giuria che scelse il Beaubourg di Renzo Piano e Richard Rogers, con puntiglio rimarcava di non essere laureato: «Non sono un architetto, non sono un ingegnere, sono un operaio e penso che tutto ciò che ho fatto nella vita l’ho fatto molto semplicemente, senza pormi interrogativi profondi».

E non erano laureati - pensate - Le Corbusier, Carlo Scarpa, Frank Lloyd Wright e neppure Ludwig Mies van der Rohe. Tom Wolfe nel 1981 definì Le Corbusier «Signor Purismo» perché «insegnava a diventare grandi architetti senza mai costruire, lui che edificò la Città Radiosa, ma dentro il proprio cranio». Forse, allora, val la pena entrare dentro questi crani pieni di aeroporti, sedi di giornali, palacongressi, centri di moda, sedie ondulate, lampade, alberi piantati sui tetti, stadi, grattacieli e città sospese tra cielo e mare.

Come lo vinho do Porto non è vinho do Porto, così i grandi architetti non sono architetti. Jean Prouvé, per esempio, che presiedeva la giuria che scelse il Beaubourg di Renzo Piano e Richard Rogers, con puntiglio rimarcava di non essere laureato: «Non sono un architetto, non sono un ingegnere, sono un operaio e penso che tutto ciò che ho fatto nella vita l’ho fatto molto semplicemente, senza pormi interrogativi profondi».

E non erano laureati - pensate - Le Corbusier, Carlo Scarpa, Frank Lloyd Wright e neppure Ludwig Mies van der Rohe. Tom Wolfe nel 1981 definì Le Corbusier «Signor Purismo» perché «insegnava a diventare grandi architetti senza mai costruire, lui che edificò la Città Radiosa, ma dentro il proprio cranio». Forse, allora, val la pena entrare dentro questi crani pieni di aeroporti, sedi di giornali, palacongressi, centri di moda, sedie ondulate, lampade, alberi piantati sui tetti, stadi, grattacieli e città sospese tra cielo e mare.

Davvero è come sbronzarsi leggere Vite stravaganti di architetti (Giometti & Antonello), una riedizione del film Fantasia, una jam session di bizzarrie. Sono 41 i quadri messi in esposizione da Manuel Orazi, professore a Mendrisio, forse il più importante critico dell’architettura che si spende su giornali e riviste alla maniera di Bruno Zevi, che inventò l’archeo-recensione con la celebre rubrica che tenne sul L’Espresso dal 1954 sino alla morte nel 2000. Zevi non fa parte dei 41 forse perché il suo genio stravagante è il codice che Orazi usa per capire tutti gli altri.

L’ho incontrato due volte, con Marco Pannella, e ricordo che, senza conoscermi, per simpatia mi mise le mani in faccia per deformarla, una manipolazione che facevano d’abitudine lo stesso Pannella e Oliviero Toscani che ne ricavava fantastiche foto di bellissimi mostri. Tra le sue stravaganti saggezze, Zevi proponeva che fosse d’obbligo, com’era allora il servizio militare, un anno di studi di Architettura. «Anche per le donne» precisava.

Non tutti i 41 di Manuel Orazi sono costruttori, non tutti famosissimi, ma tutti sono eccentrici e chissà se e quanto si somigliano le vite e le opere, l’arrogante Terragni e le Case del Fascio, l’erotomane Mollino e la Bisiluro 750, l’auto rossa che «non arrivò nemmeno in fondo alla 24 ore di Le Mans ma ne fu la vincitrice morale». Sicuramente gli aforismi urbanistici di Shadrach Woods («la scuola deve essere una non-scuola senza muri dentro la città»), sono ancora oggi destabilizzanti e brevi come la sua vita di soli 50 anni.

L’erranza (quattro nazionalità) di Yona Friedman somiglia all’urbanismo mobile che teorizzò. E ciascuno è una parola, Gae Aulenti è l’atàcchica, una vita senza tacchi, Adolf Loos è lo snob, Quarenghi il neopalladiano, Philip Johnson il gagà, Frank O. Gehry il freak, Peter Eisenman il contropiedista, Italo Rota il manierista… 41 storie di architetti per una storia dell’architettura.

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