Forse perché quest’anno nessun musicarello è ancora riuscito a diventare il tormentone vincente dell’estate, lo sciocchezzaio d’agosto non è una canzone, ma una premonizione politica: l’elezione di Giorgia Meloni al Quirinale nel 2029, due anni dopo le politiche del 2027, considerate come “le primarie” quirinalizie della destra al potere. Spiffero di Claudio Cerasa sul Foglio, rilanciato su tutti gli schermi televisivi e accreditato autorevolmente da Matteo Renzi e Pier Ferdinando Casini, questo pissi pissi, sviluppato come una sceneggiatura, diventa subito una parodia dell’horror, una riedizione del Frankenstein Junior, che è del 1974, ma, prodotto dallo stesso Mel Brooks per la rete americana Fx, sta per diventare serie televisiva con il titolo, azzeccatissimo al futurismo italiano: Very Young Frankenstein.
Forse perché quest’anno nessun musicarello è ancora riuscito a diventare il tormentone vincente dell’estate, lo sciocchezzaio d’agosto non è una canzone, ma una premonizione politica: l’elezione di Giorgia Meloni al Quirinale nel 2029, due anni dopo le politiche del 2027, considerate come “le primarie” quirinalizie della destra al potere. Spiffero di Claudio Cerasa sul Foglio, rilanciato su tutti gli schermi televisivi e accreditato autorevolmente da Matteo Renzi e Pier Ferdinando Casini, questo pissi pissi, sviluppato come una sceneggiatura, diventa subito una parodia dell’horror, una riedizione del Frankenstein Junior, che è del 1974, ma, prodotto dallo stesso Mel Brooks per la rete americana Fx, sta per diventare serie televisiva con il titolo, azzeccatissimo al futurismo italiano: Very Young Frankenstein.
Meloni, che ha solo 48 anni, nel gennaio del 2029 ne avrà infatti 52, superando così la soglia dell’eleggibilità che è di 50. Al di là dei numeri, la si potrebbe immaginare eletta solo alla fine di un muro contro muro. Tra le tende rosse e nel luccichio dei grandi lampadari, la forever young non solo sarebbe la prima presidente donna, ma sarebbe anche la prima leader di partito a essere eletta, invece della solita figura di terza fila, rianimata in nome della “garanzia” dallo sfibrante compromesso durante il quale gli esponenti di primo piano, da Fanfani a D’Alema, da Andreotti a Prodi, venivano, uno per uno, impallinati dagli amici che, coalizzati, eliminavano gli amici.
Dopo i primi tre scrutini, quando la maggioranza si abbassa alla metà più uno, i candidati diventano “veri”. E dunque la destra produrrebbe una rosa di almeno tre candidati che si terrebbero tra di loro sotto tiro, in quello che si chiama “lo stallo messicano”, che è l’ultima scena di Il buono, il brutto e il cattivo. E provate voi a assegnare i ruoli nella rosa quirinalizia per la prima volta tutta di destra: Mantovano il cattivo, La Russa il brutto… e via con il famoso fischio di Ennio Morricone.
Prima presidente presidenzialista, Meloni farebbe del Quirinale il campo Atreju della generazione hobbit, trionfo finale del populismo nazionalista, del cattolicesimo radicale e dell’antieuropeismo, contro i gay pride, contro gli immigrati… E basta con il 2 giugno, festività finalmente soppressa, e al posto del 25 aprile il 17 marzo verrebbe promosso a data simbolo dell’unità nazionale, quando il Parlamento proclamò Vittorio Emanuele II re d’Italia.
Sicuramente Meloni vorrebbe Giovanbattista Fazzolari segretario generale, più potente di quanto furono Maccanico con Pertini, e poi Gifuni con Scalfaro e Ciampi. E, fantasy and family, nominerebbe Arianna presidente del Consiglio, aggiungendo alla metafora meloniana di Sam e Frodo del Signore degli anelli il modello polacco dei gemelli Kaczynski, quando Lech, eletto presidente nel 2005, nominò primo ministro il suo gemello Jaroslaw: la repubblica delle sorelle d’Italia «per grazia di Dio e volontà della nazione».