La grazia concessa da Mattarella in un Paese diviso tra falchi e colombe
di Francesco MerloContro lo spirito del tempo che reclama la galera, il presidente Mattarella ha liberato quattro condannati dei quali è impossibile negare i delitti, ma le cui inevitabili condanne non avevano tenuto conto dell’umanità di chi li aveva commessi. Ha concesso infatti la grazia a una guardia giurata che aveva sparato ai rapinatori in fuga uccidendone uno, a un figlio trentenne che aveva ucciso il padre violento, a una donna costretta a delinquere dal marito, a una ladra perdonata dalla vittima.
Protagonisti di una giustizia “fai da te” in conflitto con quella formale, sono i colpevoli che molti vorrebbero perdonare e che i tribunali non possono assolvere. La clemenza di Mattarella incoraggia pensieri inconfessabili e ci rende chiare certe cose oscure e cioè che, sotto sotto, proviamo una segreta simpatia e ammiriamo il loro coraggio. Ci ripugna, ma allo stesso tempo ci attrae la giustizia dell’individuo che precede lo Stato, salta i processi, la legge, i tribunali e mette le dita nella presa.
Alla fine, pur sapendo che si tratta di una decisione discrezionale e sovrana e non di un quarto grado di giudizio, la grazia che sostituisce alla violenza della pena l’energia della compassione ci coinvolge tutti: «Io l’avrei concessa?». È un atto unilaterale, un piccolo grande gesto che il capo dello Stato cerca di compiere con il minimo di pubblicità possibile perché il pudore, la discrezione, la sovranità si esprimono senza pubblicità, come forza che comprende invece di punire. Ma forse, neppure la clemenza riesce a sottrarsi alla contabilità politica, alla divisione del Paese in falchi e colombe, all’idea dell’ultima spiaggia per riparare un torto.
E infatti se ci appassioniamo ai dettagli scopriamo che lo stato di grazia, l’assenza di peccato nel farsi giustizia da soli, al di là delle intenzioni del presidente, ha il fascino della destra nel caso della guardia giurata che, senza conflitto a fuoco, ha sparato a una macchina in fuga con quattro rapinatori a bordo, e ha un fascino di sinistra nel caso del ragazzo che si ribella al patriarcato e finalmente si libera del padre, appunto, che dominava e domava, con la violenza, la moglie e i figli. Il modello della guardia giurata è Charles Bronson o Clint Eastwood, il duro che freddamente emette la sentenza ed esegue la condanna; il modello del trentenne che si sfoga a martellate sul padre-padrone è il cane di paglia, il Dustin Hoffman, il vulcano spento che si accende per disperazione.
E come modello ci sono pure, in queste quattro grazie, le eroine del femminismo. Insomma, c’è la complessità anche nel farsi giustizia da soli che rimane il peggio che si possa immaginare, ma è un istinto non ignobile che tutti abbiamo e tutti nascondiamo e che la grazia veste di malinconia. E forse il presidente ci aiuta ad arrivare alla verità su noi stessi rendendo amabile quel cazzotto che non osiamo dare, quella lezione che non sappiamo impartire, quella violenza che riusciamo a non liberare.