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C’è differenza tra volgarità e “Vernacoliere”

Il direttore del Vernacoliere Mario Cardinali (foto Laura Lezza) 

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A che serve un giornale pecoreccio se siamo tutti pecorecci? Forse Il Vernacoliere muore per troppa vita, visto che ci siamo tutti “vernacolierizzati” e abbiamo degradato pure il turpiloquio, che sul Vernacoliere era pensiero denso e balsamico mentre per noi è una scorciatoia del pensiero. Usato con proprietà come lo usava Il Vernacoliere, il turpiloquio dialettale era la lingua, qualche volta magnifica, della satira in volgare sino alla genialità del «braccialetto elettronico sull’uccello» del prete pedofilo.

Al contrario, sui grandi giornali, in tv, in radio, nei dibattiti, usiamo le male-parole ogni volta che non troviamo le parole. E dunque le nostre male-parole sono parole andate a male, mentre le male-parole usate bene davano grazia alla volgarit…

A che serve un giornale pecoreccio se siamo tutti pecorecci? Forse Il Vernacoliere muore per troppa vita, visto che ci siamo tutti “vernacolierizzati” e abbiamo degradato pure il turpiloquio, che sul Vernacoliere era pensiero denso e balsamico mentre per noi è una scorciatoia del pensiero. Usato con proprietà come lo usava Il Vernacoliere, il turpiloquio dialettale era la lingua, qualche volta magnifica, della satira in volgare sino alla genialità del «braccialetto elettronico sull’uccello» del prete pedofilo.

Al contrario, sui grandi giornali, in tv, in radio, nei dibattiti, usiamo le male-parole ogni volta che non troviamo le parole. E dunque le nostre male-parole sono parole andate a male, mentre le male-parole usate bene davano grazia alla volgarità del Vernacoliere: «Caro Papa, la topa non è il diavolo». Certo, Il Vernacoliere chiude anche perché subisce, come tutti, la crisi della carta, salgono i costi, c’è la concorrenza dei social, e c’è la periodica, fisiologica metamorfosi della satira come genere. Di natura sua, il riso mina il potere: questo è il punto di partenza. Ma oggi non sempre è vero.

In Italia la risata è un laboratorio, e basti pensare a Beppe Grillo che da folletto che sbeffeggiava il potere divenne potere che sbeffeggiava i poveracci. E prima c’erano state le barzellette di Berlusconi, le battute di Andreotti, la comicità ruffiana del Bagaglino che era la risata di regime. In Italia la satira ha sostituito la politica, e non c’è bisogno di Kant, Pirandello e Baudelaire per capire che è un’arma a doppio taglio che a volte invece di castigare, promuove ridendo mores.

Comunque sia, «chiudere tutto, ma le gambe no», che fu il titolone del Vernacoliere nei giorni del lockdown per Covid, potrebbe andare bene anche adesso, per celebrare appunto la chiusura del giornale di Livorno: «nuntia vobis dolorem magnum, anzi magnissimo: dopo il numero di novembre Il Vernacoliere sospende le pubblicazioni in attesa di tempi migliori». Il giornale ha 65 anni, il direttore e fondatore, Mario Cardinale, ne ha 89, e si sente, dice, “stanchino”. Cardinale evoca dunque una crisi creativa alla quale c’è però rimedio perché «di menti valide ce n’è ancora parecchie nel gruppone che con me ha portato il nostro giornalaccio al record della durata satirica non solo in Italia ma qualcuno dice anche in Europa».

Rinascerà dunque Il Vernacoliere? Solo Cardinale può rifondare l’umorismo pecoreccio oggi che il linguaggio pubblico degli italiani è fatto di “cazzoculomerda” e un bell’insulto in tv stuzzica, friccica e attizza la morbosità che spesso (sempre?) accompagna l’indignazione. Sul Vernacoliere invece la volgarità ha spesso la leggerezza dell’intelligenza: «Tutti ‘n piazza: trombiamo per la pace», «Netaniàu protesta — I palestinesi ‘un finiscono mai», «La Madonna scrive al Vernacoliere, manda tu Sarvini affanculo io le parolacce ‘un le posso di’». Forza, Vernacoliere.

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