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Niente di nuovo sul fronte Garlasco

La villetta della famiglia Poggi a Garlasco 

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Non voglio fare l’elogio della cronaca nera, solo dire che il suo eccesso è un effetto collaterale della libertà che, cantava Gaber, «è partecipazione». Infatti, Mussolini cercò di abolirla perché, diceva, «è eversiva». E invece non c’è nulla di “eversivo” né di nuovo nella partecipazione popolare al giallo di Garlasco, che è solo una delle grandi istruttorie collettive italiane come lo fu - ne cito una su mille - il caso Girolimoni. Nel 1927, ben prima di Cogne, Avetrana, Meredith, Rosa e Olindo, l’Italia intera seguì e “diresse” le indagini contro il mostro innocente accusato di avere seviziato sette bambine, capro espiatorio voluto dallo stesso Mussolini. Del povero Girolimoni, poi tirato fuori di galera dall’ostinazione innocentista del superpoliziotto Giuseppe Dosi, l’agenzia Stefani e i giornali descrissero i dettagli delle presunte perversioni con foto private in prima pagina e strampalate descrizioni lombrosiane.

Ecco, oggi come 99 anni fa, manca solo un numero verde per dare …

Non voglio fare l’elogio della cronaca nera, solo dire che il suo eccesso è un effetto collaterale della libertà che, cantava Gaber, «è partecipazione». Infatti, Mussolini cercò di abolirla perché, diceva, «è eversiva». E invece non c’è nulla di “eversivo” né di nuovo nella partecipazione popolare al giallo di Garlasco, che è solo una delle grandi istruttorie collettive italiane come lo fu - ne cito una su mille - il caso Girolimoni. Nel 1927, ben prima di Cogne, Avetrana, Meredith, Rosa e Olindo, l’Italia intera seguì e “diresse” le indagini contro il mostro innocente accusato di avere seviziato sette bambine, capro espiatorio voluto dallo stesso Mussolini. Del povero Girolimoni, poi tirato fuori di galera dall’ostinazione innocentista del superpoliziotto Giuseppe Dosi, l’agenzia Stefani e i giornali descrissero i dettagli delle presunte perversioni con foto private in prima pagina e strampalate descrizioni lombrosiane.

Ecco, oggi come 99 anni fa, manca solo un numero verde per dare suggerimenti ai pm di Pavia, alla polizia scientifica e, perché no?, agli imputati, Stasi che sta in galera e Sempio che potrebbe finirci al suo posto (è escluso che siano entrambi colpevoli, ma non che siano entrambi innocenti). Sempre e, direi per forza, la cronaca nera, con l’aria moralista di denunciarla, accarezza la morbosità al punto che spesso la notizia di uno stupro ci pare lo stupro della notizia. Persino noi giornalisti, che non amiamo la cronaca nera e magari non la leggiamo sugli stessi giornali sui quali scriviamo, siamo tentati dal paradosso moralista di credere che la foto di un corpo dilaniato, il blabla sul numero delle coltellate, l’ingrandimento delle macchie di sangue e la rappresentazione della morte possano essere denunziate più della morte stessa e che raccontare un delitto sia commettere un altro delitto.

Non è così, e si capisce che liberandosi del fascismo, il giornalismo si sia riappropriato anche del diritto di cronaca nera e dei suoi eccessi che talvolta offendono la sensibilità, l’educazione e il buon gusto, ma fanno parte delle cose brutte della vita che coinvolgono, delle trame misteriose e scioccanti che appassionano, degli intrighi diabolicamente veri che “ti prendono” come le serie tv e i gialli di Simenon o di Camilleri che dalla cronaca sono ispirati. La nera ha prodotto spazzatura e grande letteratura. Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij, pubblicato nel 1866, racconta l’uccisione a San Pietroburgo di due donne ed è ispirato all’omicidio, l’anno prima a Mosca, di due anziane con un’ascia, l’arma che Raskolnikov nasconde sotto il cappotto. L’elenco lunghissimo va da Truman Capote a Emmanuel Carrère, e tra i “giornalisti” ci sono Dickens e Cechov.

Dino Buzzati seguì il delitto di Rina Fort, la belva di via San Gregorio, la saponificatrice di Correggio. Ecco un titolo di Buzzati: «Sono entrato nella casa della strage». Oggi il direttore lo manderebbe a Pavia e qualcuno gli direbbe: «Dai, Dino, basta con Garlasco».

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