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Il duomo vuoto e i funerali del clochard

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Il Duomo di Caserta era per tre quarti vuoto e dunque non c’è stato “il lungo applauso della folla commossa e solenne” nonostante il celebrante fosse il buon vescovo Pietro Lagnese e l’atmosfera quella di “beati i poveri perché loro è il regno dei cieli”. Il funerale del clochard o senzatetto o barbone o homeless è un classico della carità cristiana, con la sua liturgia risarcitoria, con “la sepoltura dignitosa” che impone al morto la casa che rifiutava da vivo, e con quel qualcosa di surreale che lo consegna alla stucchevole poesia della povertà.

L’omelia, i giornali e la foto sulla bara hanno raccontato, infatti, un Guido Roviello che “nessuno riusciva a ricoverare”, ma che era “buono e mite”, con i baffoni ancora neri a 62 anni e i capelli brizzolati. E però questa volta nonostante il canto Il Signore è il mio pastore era difficile esaltare il miserabilismo e la cruna dell’ago da cui è passato, perché a pestarlo a morte «con una violenza raccapricciante e insensata» è stato un altr…

Il Duomo di Caserta era per tre quarti vuoto e dunque non c’è stato “il lungo applauso della folla commossa e solenne” nonostante il celebrante fosse il buon vescovo Pietro Lagnese e l’atmosfera quella di “beati i poveri perché loro è il regno dei cieli”. Il funerale del clochard o senzatetto o barbone o homeless è un classico della carità cristiana, con la sua liturgia risarcitoria, con “la sepoltura dignitosa” che impone al morto la casa che rifiutava da vivo, e con quel qualcosa di surreale che lo consegna alla stucchevole poesia della povertà.

L’omelia, i giornali e la foto sulla bara hanno raccontato, infatti, un Guido Roviello che “nessuno riusciva a ricoverare”, ma che era “buono e mite”, con i baffoni ancora neri a 62 anni e i capelli brizzolati. E però questa volta nonostante il canto Il Signore è il mio pastore era difficile esaltare il miserabilismo e la cruna dell’ago da cui è passato, perché a pestarlo a morte «con una violenza raccapricciante e insensata» è stato un altro clochard, un romeno di 40 anni che, nella stessa piazza, dormiva sulla mattonella accanto, Gheorghe Bulai, ma voleva indietro i suoi 50 euro, che certo per noi sono pochi, ma per Guido e Gheorghe erano un tesoretto di vino e sigarette.

E dunque la categoria del barbone filosofo, del senzatetto gentile, non ne esce tanto bene dal punto di vista della compassione anche perché nella raccapricciante registrazione della telecamera del ristorante, gli indifferenti non sono solo i passanti con il telefonino spianato, ma gli altri clochard, almeno due, che assistono immobili ai calci sulla faccia di Guido ormai svenuto, e se davvero il regno dei cieli fosse fatto di poveri così, avrebbe ragione Bakunin secondo cui «anche se esistesse sarebbe meglio sbarazzarsene».

Il vescovo non ce la fa a dirlo, ma sa bene che la povertà rende cattivi, che statisticamente la miseria del senzatetto è sempre senza ritorno e che tra loro sono spietati, ma visto che Guido è rinchiuso nella bara e Gheorghe è rinchiuso in galera, prega per entrambi: «Il Signore dia anche a lui la possibilità di un percorso nuovo, di rinascita e di riscatto». E il giorno prima - racconta nella dolente omelia - in quello stesso centro di Caserta un altro clochard era stato trovato morto, anche lui pestato da altri clochard.

Nelle prime file della cattedrale vuota c’erano “i buoni” di Sant’Egidio, gli “amici di strada” nel ruolo dei miserabili, e la nomenklatura in abito scuro: il commissario del Comune sciolto per camorra, il questore, il prefetto, la colonnella dei carabinieri, il generale della finanza….

Ma io, invece che alla misericordia, ho ripensato ai classici con i quali siamo cresciuti noi del vituperato 68: Accoppiamo i poveri di Baudelaire, e per le esequie ancora e sempre Jacques Prevert, con la sua Canzone delle lumache che vanno al funerale di una foglia morta...ma finiscono ubriache, che è quello che sarebbe successo a Guido, l’ammazzato, e a Gheorghe, l’assassino.

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